GIOIA. Passione dell’attesa Viaggio in Italia

Forlì, 15 ottobre / 12 novembre 2016 

Scrive Goethe da Roma il 10 novembre 1786: «Vivo qui in uno stato di chiarità e di pace di cui da tempo non avevo neppur l’idea. […] Lo spirito s’impronta a vigorosità, si fa serio senza divenire arido, posato senza rinunciare alla gioia. […] Non sono qui per mio semplice diletto; voglio immergermi nello studio di questa grandezza, voglio istruire e coltivare il mio spirito».

Goethe

Il Viaggio in Italia di Goethe, di cui ricorre il duecentesimo anniversario della pubblicazione, non è solo un rutilante catalogo di luoghi e di monumenti visitati, ma anche uno squisito saggio di estetica, una eccezionale testimonianza del clima culturale coevo, una confessione inquieta e a tratti tenebrosa, ma soprattutto un’infuocata dichiarazione d’amore per l’Italia, il paese della Gioia.

Sideralmente distante dalla felicità, parola odiosa perché refrattaria all’incontro con l’Altro, la Gioia è dolente consapevolezza dell’umano patire e insieme superamento dello stesso attraverso una fraterna lotta amorosa. La gioia è per sua natura corale: agli occhi di Goethe i dipinti dei pittori rinascimentali, i monumenti di Roma, i templi di Segesta e di Selinunte sono singole parole che, sebbene pronunciate a secoli di distanza, nel loro insieme formano una frase di senso compiuto che dice la grandezza dell’uomo, la sua lotta coraggiosa contro l’insidia del tempo, contro l’informe e la barbarie, contro la tensione all’abisso. L’Italia, per Goethe e per generazioni di artisti, è il paese della Gioia perché qui, attraverso la bellezza, l’Umano ha trovato il suo compimento.

Oggi per migliaia di profughi l’Italia è ancora il sospirato paese della Gioia. Poiché la sua storia è fatta di millenari incontri, scambi e reciproche contaminazioni con lo Straniero, questa storia severamente obbliga gli Italiani di oggi. Perché solo lo straniero ci permette di essere noi stessi, facendo di noi uno straniero.

Amore. Passione della mancanza

Sarà sempre Eros poietikos. Figlio di Penia (mancanza) e di Poros (passaggio), demone selvatico, senza-casa, amante delle strade e degli spazi aperti, Eros brama ricongiungersi – e ricongiungerci – agli dèi. Mai cesserà di tendere alle loro dimore (conosce, infatti, molteplici ‘passaggi’ che ad esse conducono), eppure mai le raggiungerà e sempre soffrirà della loro ‘mancanza’. Tuttavia sa che quelle dimore esistono, e questo basta per intraprendere il cammino, giacché la Bellezza, più che contemplarla, occorre ‘farla’. Chi ha davvero visto, anche solo per un istante, il Bello, a sua volta non potrà fare a meno di creare, produrre, generare (poiein) il Bello.

Wolfgang Amadeus Mozart è stato l’alunno prediletto di Eros poietikos: nessuno, al pari suo, ha generato tanta bellezza nell’insonne e doloroso sforzo di raggiungere il Bello in sé. Non v’è rapporto umano, e di conserva non v’è relazione d’amore, che Mozart non abbia giustificato attraverso la sua arte: certo, freme, nella sue note, una terrificante mancanza, ma questa appare anche miracolosamente superata, tanto che, dinanzi alla sua musica, nessun dubbio, nessun affanno, nessuna caduta, nessun pianto che non sia di pura gioia può più turbare il nostro spirito.

Più che mai abbiamo bisogno di Mozart nell’Europa di oggi, così indifferente alla sofferenza di tanti disperati che cercano di raggiungerla, trovando spesso la morte. Perché, come scrive Camus nel suo Ringraziamento a Mozart, anche il genio della creazione è sempre all’opera in una Storia votata alla distruzione.

Andrea Panzavolta