Passioni degne di note. Intervista di Stefania Navacchia ad Andrea Panzavolta.

Nel controverso panorama culturale forlivese uno spazio molto particolare è ricoperto da Musica delle Passioni. La definizione ‘rassegna concertistica’ ci sembra riduttiva: fedeli alla vocazione innovatrice di questa  manifestazione i due direttori artistici, Andrea Panzavolta (che abbiamo intervistato) panzavolta e Filippo Pantieri hanno posto la musica al centro di un dialogo che coinvolge sia le altre arti sia diversi ambiti disciplinari, a partire dalla filosofia. Non si tratta di un dialogo socratico, volto al raggiungimento della Verità, ma un eterno interrogarsi reciproco che pone continuamente in gioco presente, passato e futuro. Emblematico appare allora ricordare che nel 2013 il concerto inaugurale della prima edizione  della manifestazione sia stato un quartetto per archi, genere musicale che Goethe definì «un dialogo tra quattro saggi». Proprio il poeta tedesco e il bicentenario della pubblicazione del suo Viaggio in Italia sono stati il punto di partenza del cammino tracciato dalla terza edizione sottotitolata Gioia. Passione dell’attesa .Viaggio in Italia ed in corso fino a sabato 12 novembre nella chiesa di Sant’Antonio Abate in Ravaldino. Sono argomenti importanti a cui forse Forlì non è abituata, ma possono contribuire alla vera crescita culturale della città.

 Quale rapporto c’è, a tuo avviso, tra musica e passioni?

Un rapporto di consolazione, direi. Per meglio argomentare questa risposta credo sia opportuno partire dalle etimologie delle due parole che tu metti in relazione.

‘Passione’ deriva dal verbo greco páschein, che indica uno stato di sofferenza e di passività tale da turbare la capacità di discernimento e l’equilibrio psichico. Nel corso dei secoli le passioni sono state variamente interpretate (e a volte addirittura misinterpretate: penso alla coppia oppositiva ‘ragione e sentimento’ che per tanto, troppo tempo ha trovato ampio credito); qualunque siano state le interpretazioni, però, vi è almeno un punto che le accomuna, che le passioni, cioè, hanno a che fare con uno stato di sofferenza che domina e soggioga l’individuo.

Anche la parola ‘musica’ deriva dal greco: mousiké era il complesso delle arti presiedute dalle Muse che, insieme alla ghymnastiké, l’arte finalizzata alla formazione del corpo, costituiva il fondamento della paideia. È interessante notare per il nostro discorso come le Muse, figlie di Zeus e di Mnemosyne (la dea della memoria), fin dalle origini avessero quale proprio segno distintivo la danza e soprattutto il canto, accompagnato dal suono che Apollo, chiamato per questo Musagete, emetteva pizzicando le corde della sua lyra. Se le Muse non cantano non ci può essere l’arte, perché l’arte è memoria. Lo sapeva bene Omero che non a caso apre l’Iliade invocando la Musa affinché questa, tramite lui, cantiáeide theá») «l’ira funesta». Ma se le Muse tacciono non solo non si ha memoria dei fatti antichi e il loro perpetuarsi nel tempo, ma non vi può essere neppure consolazione. Nel momento in cui si rammemorano le stragi e i lutti, l’incendio e la distruzione di Troia, nel momento in cui, insomma, si rammemora il páschein degli Achei e dei Teucri, ecco che intervengono le Muse a consolare con il loro canto mielato. Certo, esse cantano anche il páschein, ma nessun orrore sarà mai così potente da abbattere i poderosi argini offerti dagli esametri dattilici, la cui prosodia – la quale, non dimentichiamolo, è una forma di musica (pros-odé) – dà forma all’informe e un nome all’indicibile.

Senza affrontare il complesso e appassionante rapporto tra il linguaggio (tale è anche la musica) e il silenzio che raggiunge nel Moses und Aron di Schönberg la sua massima tensione, e per tornare alla tua domanda, potremmo concludere che la musica è prima di tutto conforto dall’opprimente páschein e tenerezza (nel Primo Libro di Samuele si legge che quando «lo spirito cattivo» entrava in Saul, Davide suonava l’arpa e lo spirito se ne andava). A questo punto, però, vedo spuntare la mano di Settembrini – l’umanista italiano che nella Montagna incantata di Thomas Mann tenta di strappare al solfureo Naphta l’anima del giovane Hans Castorp –, il quale mi ricorda, non senza ragione, debbo riconoscerlo, che la musica è anche «politicamente sospetta». Ma lo metto subito a tacere dicendogli che questa è un’altra storia.

Cos’è la gioia?

Innanzitutto un obbligo. Gioia è la prima parola che il Cristo risorto, nell’evangelo di Matteo, rivolge alle pie donne che erano tornate dal sepolcro «metá phobou kaí chorás megáles», «con timore e gioia grande». «Chaírete» dice il testo greco, imperativo del verbo chaíro che tra i suoi significati ha anche quello di ‘gioire’, ‘rallegrarsi’, ‘provare gaudio’. Lo stesso imperativo ritorna in un’altra importantissima pagina dell’evangelo, questa volta di Luca, quella dell’annunciazione: «Chaíre, checharetoméne», che con un bisticcio di parole potremmo tradurre: «Gioisci, o tu che sei colma di gioia». È temerario affermare che Maria sia stata scelta quale «mater Dei» più che per la sua humilitas (più pregnante l’originale greco tapeinosis, che significa ‘miseria assoluta’, ‘estrema povertà’), proprio perché era checharetoméne, ‘piena, colma di gioia’? Se bene ci riflettiamo, vi è qualcosa al mondo più difficile di questo, essere ‘pieni di gioia’?

Gioia, si badi, non felicità, parola questa sì sospetta, che assimilo alla greca philautia, che è «amor sui», egocentrismo, egoismo. La parola felicità sta e cade con colui che la prova; la gioia, al contrario, postula la presenza di un terzo. Essendo una relazione con gli altri, la gioia è di per sé ‘corale’, un aggettivo, questo, che accende immediatamente ricordi beethoveniani: Corale, infatti, è chiamata la Sinfonia n° 9 del sommo compositore di Bonn, che termina proprio con An die Freude, con l’inno Alla Gioia.

Confesso che la scelta del titolo della terza rassegna – Gioia. Passione dell’attesa – nasce anche da una riflessione sulla parola tedesca Freude e da altri due lemmi che hanno con essa una singolare con-sonanza, e cioè Friede (pace) e Freund (amico). La ricerca etimologica, sulla scorta dell’ottimo dizionario Dudel, ha prodotto esiti suggestivi. Friede e Freund hanno etimi collegati: entrambi sono da ricondurre al ceppo Frei, ‘libero’, il quale a sua volta può essere ricondotto – come si legge in un altro autorevole dizionario, quello di Friedrich Kluge – a una base indogermanica con nucleo semantico legato ad ‘amore’ (come del resto la parola latina amicus). Per cui si potrebbe affermare che vi è pace soltanto là dove vi sono amici e che vi sono amici là dove vi è un vincolo d’amore. La parola Freunde, invece, anche se ha un nucleo semantico legato all’idea di ‘sgorgare’, ‘sprizzare’, ‘effondersi’, è tuttavia legata ad sensum ai primi due lemmi. Si potrebbe, infatti, affermare che la gioia è la polla sorgiva che sgorga e si effonde all’intorno quando più persone sono unite tra loro da vincoli d’amore – il finale della Nona è in questo senso assai eloquente. Attenzione, però: le donne tornano dal sepolcro non solo «con gioia grande», ma anche «con timore». La gioia non è mai disgiunta da phobos, dalla memoria, inquietante, del male, veduto o patito (negli altri racconti evangelici il primo gesto compiuto dal Risorto è quello di mostrare i segni dei chiodi e la ferita al costato – il pensiero corre alla Resurrezione della Pala di Isenheim di Matthias Grünewald). La gioia, dunque, sa bene che esiste la Gorgone, ma non si sottrae al suo sguardo pietrificante, anzi, lo sfida opponendogli una lotta amorosa che ha il suo solido fondamento nell’amicizia.

Perché oggi si può e si deve ricordare Goethe e il suo Viaggio in Italia?

Lasciamo che sia il nostro Autore a rispondere: «Non dobbiamo sentirci depressi quando il nostro pensiero va alla caducità della grandezza, ma al contrario, se troviamo grande un aspetto del passato, dobbiamo sentirci a produrre noi pure qualcosa d’importante, qualcosa che, anche se caduto in rovina, possa incitare i posteri a quella nobile attività di cui i nostri maggiori non fecero mai mancare l’esempio».

Nel passo appena citato Goethe ci rivolge un invito che, se preso seriamente, dovrebbe farci tremare le vene ai polsi: sull’esempio dei classici, cercate di diventare voi dei classici. Credo che non esista una definizione migliore di classicità, la quale è perenne inattualità. La bellezza del paesaggio italiano e soprattutto la magnificenza del suo patrimonio artistico chiama Goethe a responsabilità. Non dimentichiamo che ‘bello’ in greco si dice kalón, il cui etimo deriva dal verbo kaleo, ‘chiamare’. La bellezza, allora, ci chiama a produrre, generare nuova bellezza, a essere noi stessi i classici del futuro. Il viaggio in Italia di Goethe, dunque, è tutto fuorché inerte erudizione, ripiegamento nostalgico, se non addirittura mortuario, sulla grandezza dei secoli passati ormai irreparabilmente tramontata. Mai nessun vagheggiamento romantico si trova nel libro, mai nessuna posa estetizzante, ma sempre una inesausta interrogazione su un passato il quale qui e ora ci obbliga. Diamo ancora la parola al Nostro: «Circondati dalle statue antiche, ci sentiamo come immersi nel moto d’una esistenza naturale, percepiamo la multiformità della struttura umana e siamo ricondotti in tutto e per tutto allo stato più puro dell’uomo, col risultato che lo stesso osservatore acquista vista e umanità autentica. […] Aprendo gli occhi al mattino, i nostri sguardi incontrano ogni sorta di meraviglia; ogni nostro pensiero e sentimento è accompagnato da queste forme, e ci riesce impossibile ripiombare nella barbarie».

Quest’ultimo passaggio, vera e propria professione di fede nella ragione capace di rischiarare le tenebre, richiede una precisazione. Sono persuaso che sarebbe un errore clamoroso considerare Goethe come una divinità olimpica che, dall’alto dei lucreziani «templa serena edita doctrina sapientium», osserva con curioso distacco la miseria dei suoi simili. L’Italia per Goethe è stata anche l’epifania del mostruoso, dell’informe, del caos: le pagine dedicate a Palazzo Palagonia, in Sicilia, e al carnevale romano sono illuminanti. Ma questo non dovrebbe stupire: il classico non è solo «ordo, pondus et mensura», ma è anche la dolente consapevolezza di forze minacciose che sempre incombono sull’uomo per distruggerlo: Apollo, chiamato pure, tra i suoi tanti epiteti, Phebos, il Luminoso, è anche il dio che «cala come nera notte» sul campo degli Achei, facendo orrida strage con il suo arco.

In estrema sintesi, allora, potremmo affermare che il cosiddetto ‘classicismo di Weimar’ abbia piena contezza del fatto che la lyra di Apollo Musagete possa trasformarsi anche nell’arco «che reca lutti con le sue frecce sibilanti». Dunque, quale fatica, quale profonda comprensione dell’umano, quale drammatica lotta v’è dietro il classicismo goethiano (si leggano a riguardo le pagine finali dello stupendo romanzo di Thomas Mann Carlotta a Weimar)! Con l’equanimità che soltanto i classici possiedono, Goethe scorse sia i demoni che si nascondevano dietro le più appassionate adesioni allo Spirito dei Lumi (ne è prova l’inquietante frammento che egli scrisse quale seguito del Flauto magico di Mozart), sia quelli che si andavano radunando nelle prime espressioni del romanticismo tedesco, contro il quale lo stesso Goethe condurrà nei primi decenni dell’800 la sua nobilissima, per quanto perdente, polemica di umanista illuminato.

In uno dei passi più suggestivo di Iperione Hölderlin scrive: «Il puro intelletto, la pura ragione sono sempre i sovrani del Settentrione. Ma il puro intelletto non ha mai prodotto nulla di intelligente e la pura ragione mai nulla di ragionevole». Goethe avrebbe senz’altro sottoscritto queste affermazioni, ma nel contempo avrebbe messo in guardia contro le derive a cui esse avrebbero potuto condurre, derive che di fatto si verificarono: la Notte di Valpurga del nazionalsocialismo non affonda forse le sue radici nel romanticismo e nella sua simpatia per la notte, nel suo nazionalismo e nella sua radicale contestazione contro la misura, la forma e il senso classico del limite riassunti nella parola ‘Italia’?

Oggi, come tu dici, si può e si deve leggere Italienische Reise perché esso ci richiama a quella medietà umanistica di cui l’Europa ha sempre un disperato bisogno.

Goethe però è solo lo spunto: nel programma compaiono anche l’Eneide e il nome di Ingeborg  Bachmann…

Non potrebbe essere diversamente. E il motivo è ancora una volta l’Europa. Il tema del viaggio è immanente all’idea di Europa. Come insegna il mito, Europa è la fanciulla costretta a lasciare il suolo nativo, ad attraversare mari e terre, a farsi insomma esule e straniera. Uno dei più grandi interpreti di questo mito fondativo non è stato forse Virgilio? Dietro all’«exul Aeneas» che salpa da Troia in fiamme alla volta dell’Italia con quel che resta del suo popolo, non fa capolino forse l’esule Europa? Quanta sofferenza, in questo esilio, ma anche quanta ricchezza! E la ricchezza è data dalla molteplicità di culture, l’unico antidoto contro la tentazione totalitaria dell’Uno.

L’Italia da sempre è il paese dove i molti si sono incontrati e scontrati, e il risultato è sotto gli occhi di tutti: una ricchezza artistica che non ha eguali al mondo. Ma questa ricchezza, per riprendere quanto sopra detto, ci obbliga. Sappiamo meritarla? Sappiano crearne di nuova? Dinanzi alla tragedia dei profughi reagiamo chiudendo le frontiere e mettendo il filo spinato lungo i confini, o reagiamo come Didone la quale, ben conoscendo le miserie dell’esilio per averle provate sulla propria pelle, accoglie gli esuli Troiani? «Miseris succurrere disco», «Ho imparato a soccorrere gli sventurati», afferma la regina cartaginese: ma s’impara solo se si ‘fa memoria’ di ciò che si è patito.

Come Ulisse, anche Enea non cesserà mai di navigare: la sua storia ci ricorda quanto precaria sia la storia di ciascuno di noi, noi che potremmo diventare gli esuli di domani. «Italiam quaero patriam», «Cerco la patria Italia» dice Enea a Didone. Non stupisca la parola ‘patria’ usata dall’esule Enea, perché essa più che un luogo geografico è un principio spirituale. I più grandi artisti tedeschi questo l’hanno sempre saputo. Nell’allocuzione La professione di scrittore tedesco nel nostro tempo del 1931 Thomas Mann ricorda come il fratello Heinrich, non appena gli era possibile, «tornava a casa, in Italia». E aggiunge: «A casa: quanta intimità e quanta sfida in quest’espressione!». Mi piace immaginare queste parole anche sulle labbra della scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann e del compositore tedesco Hans Werner Henze, i quali trovarono proprio nel «Paese dove fioriscono i limoni» non una seconda patria, ma la patria. Desiderosi entrambi di fuggire il mefitico clima politico e intellettuale che si era creato in Germania nell’immediato dopoguerra, Bachmann e Henze, legati tra loro da un’intensa amicizia che generò altresì un fruttuoso sodalizio artistico, elessero il Sud Italia quale loro dimora. Ancora una volta si potrebbero prendere in prestito le parole di Mann per spiegare le ragioni di questa scelta: «[…] l’insoddisfazione di sé, il bisogno di completamento e di redenzione attraverso l’altro da sé, il Sud, la luce, la chiarezza e leggerezza, il dono della bellezza». Nella stupenda autobiografia (ma il termine è quanto mai è riduttivo) Canti di viaggio Henze, forse memore proprio delle pagine in cui Goethe racconta il suo ingresso nel Bel Paese attraverso il Brennero, confessa lo stupore che lo sopraffece quando nel 1951 vide per la prima volta l’Italia: «[…] guardai la campagna che digradava verso il mare e scrutai il mare stesso, nel quale si rifletteva il sole, e sentii che in qualunque momento Nettuno, Venere, o anche Giove in persona, avrebbero potuto emergere da sotto la sua superficie dorata, scintillante, splendente. […] La voce della gente in allegra conversazione riempiva l’aria con una specie di Sprechgesang, che sembrava capace di trasformarsi in qualsiasi momento in una melodia. […] Esisteva quindi un mondo migliore! Lo si sentiva e lo si vedeva: la gente qui era più amichevole di quanto non lo fosse a casa, in Germania. Quella sera mi innamorai follemente degli italiani». «Un mondo migliore»: commuovono le parole di Henze. Siamo capaci noi Italiani a provare riconoscenza verso questo «mondo migliore» che ci è stato lasciato in eredità? Perché la riconoscenza chiama poi a responsabilità, a rispondere alle urgenti interpellanze che si levano dai monumenti, dalle statue, dagli affreschi, dalle biblioteche, dalle cattedrali del nostro Paese. Sappiamo scorgere dietro tutto questo l’Eros poietico di cui parla Platone nel Simposio, un Eros che invita non solo a contemplare la bellezza, ma a generarne di nuova? A riguardo Henze, sempre nei Canti di viaggio, ha un passaggio meraviglioso che, anche se rapportato alla musica, sintetizza magistralmente tutto questo discorso: «Fin dall’inizio, la mia musica aveva cercato la verità nella perfezione, aspirando agli irraggiungibili ideali della bellezza classica dei greci. La musica doveva desiderare profondamente questi ideali, perché tutto ciò che la vita umana, nel suo immenso dolore, non è in grado di dare, lo deve sostituire e trasformare in arte».

Come si legano musica e parole in questa rassegna?

La tua domanda offre a Settembrini l’aire di prendersi la rivincita. E sia, concediamogli un poco di spazio. Come accennavo prima, in un passo della Montagna incantata l’umanista italiano (non a caso è italiano) sostiene che la musica sia «politicamente sospetta» (il suo pensiero è rivolto al, o meglio contro il paradigma musicale wagneriano colpevole, secondo Settembrini, di aver contagiato l’Europa intera con la sua décadence). Credo che Settembrini volesse metterci in guardia dalla mareggiata di emozioni che la musica può provocare, giacché molte di esse fremono e spumeggiano negli ipogei del nostro cuore, in luoghi di tenebra in cui, per riprendere le parole del nostro Virgilio, è facile discendere. Per Mann la tendenza dei Tedeschi a visitare il regno delle Madri, a perdersi, cioè, in profondità che sconfinano con l’informe e con la morte, è bene rappresentata dal Lied schubertiano, ed «esemplarmente tedesco», Der Lindenbaum ascoltato da Hans Castorp in una pagina memorabile del romanzo. L’unico correttivo – questo mi pare di capire dalle parole di Settembrini, anche se il discorso è di gran lunga più complesso perché investe il pensiero di Nietzsche e di Schopenhauer, autori molto amati da Mann – è il soccorso della parola e della funzione propria della parola, quella di fare chiarezza. Uno sforzo, questo, certamente impari, destinato fatalmente all’insuccesso, ma che merita almeno di essere esperito, non fosse altro perché una partitura musicale è a tutti gli effetti un testo che richiede, anzi esige, di essere rapportato alla parola per poter essere più adeguatamente compreso e interpretato. Poi è ben vero – e aggiungo: per fortuna! – che la musica possiede un imponderabile quid che si sottrae a qualsiasi logos, ma questo non significa riconoscere l’assoluta autoreferenzialità del linguaggio musicale. Nella rassegna Passioni in musica non vi è un concerto che non sia preceduto anche dal logos, il quale, lungi dall’accampare l’assurda pretesa di spiegare la musica (a un incauto ascoltatore che un giorno chiese a Schumann di spiegargli la sonata che questi aveva appena eseguito, il musicista rispose eseguendola di bel nuovo), si propone semplicemente come guida. E compito di una buona guida è quello di suggerire al turista le mirabilia di un luogo senza privarlo, tuttavia, della gioia che potrebbe derivargli dalla scoperta di luoghi di cui non sospettava neppure l’esistenza.

 Poi c’è anche il contributo di Miria Malandri…

Per ogni nuova edizione commissioniamo alla brava pittrice forlivese Miria Malandri un quadro capace di coglierne la Stimmung, la ‘voce dell’anima’. Questo nel solco delle considerazioni che facevo sopra, che una partitura, cioè, è un testo plurimo che si presta a essere investigato sulla scorta di un orizzonte culturale quanto più ampio possibile. I quadri di Miria riprendono di solito opere famose e le ri-creano in modo affatto personale. Una capacità di mímesis, nel senso greco della parola, che nella produzione di Miria ha raggiunto un esito felicissimo nelle opere che ella ha dedicato al cinema.

In generale come si colloca questa manifestazione nel panorama della cultura forlivese?

Come una rara avis, direi. Non mi risulta, infatti, che a Forlì vi sia un’altra associazione di categoria oltre la Confcommercio che realizzi sumpto proprio una rassegna che è concertistica e insieme filosofica, che si sforza, ogni anno, di mettere in cantiere nuove produzioni, proponendo un programma colto, pensato, uso un’espressione di Richard Strauss, per autentici «gourmet della cultura». Scorgo in questa scelta la dimostrazione del miglior spirito del commercio, il quale, certo, si preoccupa di produrre ricchezza, salvo poi avvertire, quella ricchezza, come un obbligo nei confronti della collettività, a cui in parte deve essere restituita sotto forma di cultura.

Se v’è una stella polare che Filippo Pantieri, l’atro direttore artistico della rassegna, e io ci sforziamo di seguire, questa è quella della cultura come innovazione. Per intenderci: non basta proporre per l’ennesima volta gli stupendi quartetti per archi di Haydn, occorre altresì commissionare nuovi quartetti, fare della ricerca il cuore di ogni attività culturale. Le espressioni migliori dell’associazionismo teatrale della nostra città lo hanno capito già da tempo, e i prestigiosi riconoscimenti che raccolgono dimostrano che hanno compiuto la scelta giusta. Purtroppo non si può dire altrettanto del mondo musicale forlivese, che pure presenta un sottobosco di validissimi musicisti. E pensare che non richiederebbe eccessivi sforzi economici la commissione, per esempio, di una nuova opera lirica pensata per un’orchestra da camera. Basta guardare i programmi dei concerti che si tengono a Forlì per accorgersi come l’innovazione sia pressoché assente, in patente contrasto con quello che da sempre è il centro assiale di ogni attività culturale, vale a dire la realizzazione di opere che, quasi programmaticamente direi, esondano al di fuori dei loro alvei disciplinari. Ma il discorso si può estendere a livello nazionale. E che questo tipo di innovazione nell’ambito musicale non avvenga in Italia, il Paese il cui stesso idioma – Henze docet – era avvertito dai Tedeschi come un ‘bel canto’, è semplicemente delittuoso.

Stefania Navacchia, panzavolta, 3 novembre 2016

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