Passioni degne di note. Intervista di Stefania Navacchia ad Andrea Panzavolta.

Nel controverso panorama culturale forlivese uno spazio molto particolare è ricoperto da Musica delle Passioni. La definizione ‘rassegna concertistica’ ci sembra riduttiva: fedeli alla vocazione innovatrice di questa  manifestazione i due direttori artistici, Andrea Panzavolta (che abbiamo intervistato) panzavolta e Filippo Pantieri hanno posto la musica al centro di un dialogo che coinvolge sia le altre arti sia diversi ambiti disciplinari, a partire dalla filosofia. Non si tratta di un dialogo socratico, volto al raggiungimento della Verità, ma un eterno interrogarsi reciproco che pone continuamente in gioco presente, passato e futuro. Emblematico appare allora ricordare che nel 2013 il concerto inaugurale della prima edizione  della manifestazione sia stato un quartetto per archi, genere musicale che Goethe definì «un dialogo tra quattro saggi». Proprio il poeta tedesco e il bicentenario della pubblicazione del suo Viaggio in Italia sono stati il punto di partenza del cammino tracciato dalla terza edizione sottotitolata Gioia. Passione dell’attesa .Viaggio in Italia ed in corso fino a sabato 12 novembre nella chiesa di Sant’Antonio Abate in Ravaldino. Sono argomenti importanti a cui forse Forlì non è abituata, ma possono contribuire alla vera crescita culturale della città.

 Quale rapporto c’è, a tuo avviso, tra musica e passioni?

Un rapporto di consolazione, direi. Per meglio argomentare questa risposta credo sia opportuno partire dalle etimologie delle due parole che tu metti in relazione.

‘Passione’ deriva dal verbo greco páschein, che indica uno stato di sofferenza e di passività tale da turbare la capacità di discernimento e l’equilibrio psichico. Nel corso dei secoli le passioni sono state variamente interpretate (e a volte addirittura misinterpretate: penso alla coppia oppositiva ‘ragione e sentimento’ che per tanto, troppo tempo ha trovato ampio credito); qualunque siano state le interpretazioni, però, vi è almeno un punto che le accomuna, che le passioni, cioè, hanno a che fare con uno stato di sofferenza che domina e soggioga l’individuo.

Anche la parola ‘musica’ deriva dal greco: mousiké era il complesso delle arti presiedute dalle Muse che, insieme alla ghymnastiké, l’arte finalizzata alla formazione del corpo, costituiva il fondamento della paideia. È interessante notare per il nostro discorso come le Muse, figlie di Zeus e di Mnemosyne (la dea della memoria), fin dalle origini avessero quale proprio segno distintivo la danza e soprattutto il canto, accompagnato dal suono che Apollo, chiamato per questo Musagete, emetteva pizzicando le corde della sua lyra. Se le Muse non cantano non ci può essere l’arte, perché l’arte è memoria. Lo sapeva bene Omero che non a caso apre l’Iliade invocando la Musa affinché questa, tramite lui, cantiáeide theá») «l’ira funesta». Ma se le Muse tacciono non solo non si ha memoria dei fatti antichi e il loro perpetuarsi nel tempo, ma non vi può essere neppure consolazione. Nel momento in cui si rammemorano le stragi e i lutti, l’incendio e la distruzione di Troia, nel momento in cui, insomma, si rammemora il páschein degli Achei e dei Teucri, ecco che intervengono le Muse a consolare con il loro canto mielato. Certo, esse cantano anche il páschein, ma nessun orrore sarà mai così potente da abbattere i poderosi argini offerti dagli esametri dattilici, la cui prosodia – la quale, non dimentichiamolo, è una forma di musica (pros-odé) – dà forma all’informe e un nome all’indicibile.

Senza affrontare il complesso e appassionante rapporto tra il linguaggio (tale è anche la musica) e il silenzio che raggiunge nel Moses und Aron di Schönberg la sua massima tensione, e per tornare alla tua domanda, potremmo concludere che la musica è prima di tutto conforto dall’opprimente páschein e tenerezza (nel Primo Libro di Samuele si legge che quando «lo spirito cattivo» entrava in Saul, Davide suonava l’arpa e lo spirito se ne andava). A questo punto, però, vedo spuntare la mano di Settembrini – l’umanista italiano che nella Montagna incantata di Thomas Mann tenta di strappare al solfureo Naphta l’anima del giovane Hans Castorp –, il quale mi ricorda, non senza ragione, debbo riconoscerlo, che la musica è anche «politicamente sospetta». Ma lo metto subito a tacere dicendogli che questa è un’altra storia.

Cos’è la gioia?

Innanzitutto un obbligo. Gioia è la prima parola che il Cristo risorto, nell’evangelo di Matteo, rivolge alle pie donne che erano tornate dal sepolcro «metá phobou kaí chorás megáles», «con timore e gioia grande». «Chaírete» dice il testo greco, imperativo del verbo chaíro che tra i suoi significati ha anche quello di ‘gioire’, ‘rallegrarsi’, ‘provare gaudio’. Lo stesso imperativo ritorna in un’altra importantissima pagina dell’evangelo, questa volta di Luca, quella dell’annunciazione: «Chaíre, checharetoméne», che con un bisticcio di parole potremmo tradurre: «Gioisci, o tu che sei colma di gioia». È temerario affermare che Maria sia stata scelta quale «mater Dei» più che per la sua humilitas (più pregnante l’originale greco tapeinosis, che significa ‘miseria assoluta’, ‘estrema povertà’), proprio perché era checharetoméne, ‘piena, colma di gioia’? Se bene ci riflettiamo, vi è qualcosa al mondo più difficile di questo, essere ‘pieni di gioia’?

Gioia, si badi, non felicità, parola questa sì sospetta, che assimilo alla greca philautia, che è «amor sui», egocentrismo, egoismo. La parola felicità sta e cade con colui che la prova; la gioia, al contrario, postula la presenza di un terzo. Essendo una relazione con gli altri, la gioia è di per sé ‘corale’, un aggettivo, questo, che accende immediatamente ricordi beethoveniani: Corale, infatti, è chiamata la Sinfonia n° 9 del sommo compositore di Bonn, che termina proprio con An die Freude, con l’inno Alla Gioia.

Confesso che la scelta del titolo della terza rassegna – Gioia. Passione dell’attesa – nasce anche da una riflessione sulla parola tedesca Freude e da altri due lemmi che hanno con essa una singolare con-sonanza, e cioè Friede (pace) e Freund (amico). La ricerca etimologica, sulla scorta dell’ottimo dizionario Dudel, ha prodotto esiti suggestivi. Friede e Freund hanno etimi collegati: entrambi sono da ricondurre al ceppo Frei, ‘libero’, il quale a sua volta può essere ricondotto – come si legge in un altro autorevole dizionario, quello di Friedrich Kluge – a una base indogermanica con nucleo semantico legato ad ‘amore’ (come del resto la parola latina amicus). Per cui si potrebbe affermare che vi è pace soltanto là dove vi sono amici e che vi sono amici là dove vi è un vincolo d’amore. La parola Freunde, invece, anche se ha un nucleo semantico legato all’idea di ‘sgorgare’, ‘sprizzare’, ‘effondersi’, è tuttavia legata ad sensum ai primi due lemmi. Si potrebbe, infatti, affermare che la gioia è la polla sorgiva che sgorga e si effonde all’intorno quando più persone sono unite tra loro da vincoli d’amore – il finale della Nona è in questo senso assai eloquente. Attenzione, però: le donne tornano dal sepolcro non solo «con gioia grande», ma anche «con timore». La gioia non è mai disgiunta da phobos, dalla memoria, inquietante, del male, veduto o patito (negli altri racconti evangelici il primo gesto compiuto dal Risorto è quello di mostrare i segni dei chiodi e la ferita al costato – il pensiero corre alla Resurrezione della Pala di Isenheim di Matthias Grünewald). La gioia, dunque, sa bene che esiste la Gorgone, ma non si sottrae al suo sguardo pietrificante, anzi, lo sfida opponendogli una lotta amorosa che ha il suo solido fondamento nell’amicizia.

Perché oggi si può e si deve ricordare Goethe e il suo Viaggio in Italia?

Lasciamo che sia il nostro Autore a rispondere: «Non dobbiamo sentirci depressi quando il nostro pensiero va alla caducità della grandezza, ma al contrario, se troviamo grande un aspetto del passato, dobbiamo sentirci a produrre noi pure qualcosa d’importante, qualcosa che, anche se caduto in rovina, possa incitare i posteri a quella nobile attività di cui i nostri maggiori non fecero mai mancare l’esempio».

Nel passo appena citato Goethe ci rivolge un invito che, se preso seriamente, dovrebbe farci tremare le vene ai polsi: sull’esempio dei classici, cercate di diventare voi dei classici. Credo che non esista una definizione migliore di classicità, la quale è perenne inattualità. La bellezza del paesaggio italiano e soprattutto la magnificenza del suo patrimonio artistico chiama Goethe a responsabilità. Non dimentichiamo che ‘bello’ in greco si dice kalón, il cui etimo deriva dal verbo kaleo, ‘chiamare’. La bellezza, allora, ci chiama a produrre, generare nuova bellezza, a essere noi stessi i classici del futuro. Il viaggio in Italia di Goethe, dunque, è tutto fuorché inerte erudizione, ripiegamento nostalgico, se non addirittura mortuario, sulla grandezza dei secoli passati ormai irreparabilmente tramontata. Mai nessun vagheggiamento romantico si trova nel libro, mai nessuna posa estetizzante, ma sempre una inesausta interrogazione su un passato il quale qui e ora ci obbliga. Diamo ancora la parola al Nostro: «Circondati dalle statue antiche, ci sentiamo come immersi nel moto d’una esistenza naturale, percepiamo la multiformità della struttura umana e siamo ricondotti in tutto e per tutto allo stato più puro dell’uomo, col risultato che lo stesso osservatore acquista vista e umanità autentica. […] Aprendo gli occhi al mattino, i nostri sguardi incontrano ogni sorta di meraviglia; ogni nostro pensiero e sentimento è accompagnato da queste forme, e ci riesce impossibile ripiombare nella barbarie».

Quest’ultimo passaggio, vera e propria professione di fede nella ragione capace di rischiarare le tenebre, richiede una precisazione. Sono persuaso che sarebbe un errore clamoroso considerare Goethe come una divinità olimpica che, dall’alto dei lucreziani «templa serena edita doctrina sapientium», osserva con curioso distacco la miseria dei suoi simili. L’Italia per Goethe è stata anche l’epifania del mostruoso, dell’informe, del caos: le pagine dedicate a Palazzo Palagonia, in Sicilia, e al carnevale romano sono illuminanti. Ma questo non dovrebbe stupire: il classico non è solo «ordo, pondus et mensura», ma è anche la dolente consapevolezza di forze minacciose che sempre incombono sull’uomo per distruggerlo: Apollo, chiamato pure, tra i suoi tanti epiteti, Phebos, il Luminoso, è anche il dio che «cala come nera notte» sul campo degli Achei, facendo orrida strage con il suo arco.

In estrema sintesi, allora, potremmo affermare che il cosiddetto ‘classicismo di Weimar’ abbia piena contezza del fatto che la lyra di Apollo Musagete possa trasformarsi anche nell’arco «che reca lutti con le sue frecce sibilanti». Dunque, quale fatica, quale profonda comprensione dell’umano, quale drammatica lotta v’è dietro il classicismo goethiano (si leggano a riguardo le pagine finali dello stupendo romanzo di Thomas Mann Carlotta a Weimar)! Con l’equanimità che soltanto i classici possiedono, Goethe scorse sia i demoni che si nascondevano dietro le più appassionate adesioni allo Spirito dei Lumi (ne è prova l’inquietante frammento che egli scrisse quale seguito del Flauto magico di Mozart), sia quelli che si andavano radunando nelle prime espressioni del romanticismo tedesco, contro il quale lo stesso Goethe condurrà nei primi decenni dell’800 la sua nobilissima, per quanto perdente, polemica di umanista illuminato.

In uno dei passi più suggestivo di Iperione Hölderlin scrive: «Il puro intelletto, la pura ragione sono sempre i sovrani del Settentrione. Ma il puro intelletto non ha mai prodotto nulla di intelligente e la pura ragione mai nulla di ragionevole». Goethe avrebbe senz’altro sottoscritto queste affermazioni, ma nel contempo avrebbe messo in guardia contro le derive a cui esse avrebbero potuto condurre, derive che di fatto si verificarono: la Notte di Valpurga del nazionalsocialismo non affonda forse le sue radici nel romanticismo e nella sua simpatia per la notte, nel suo nazionalismo e nella sua radicale contestazione contro la misura, la forma e il senso classico del limite riassunti nella parola ‘Italia’?

Oggi, come tu dici, si può e si deve leggere Italienische Reise perché esso ci richiama a quella medietà umanistica di cui l’Europa ha sempre un disperato bisogno.

Goethe però è solo lo spunto: nel programma compaiono anche l’Eneide e il nome di Ingeborg  Bachmann…

Non potrebbe essere diversamente. E il motivo è ancora una volta l’Europa. Il tema del viaggio è immanente all’idea di Europa. Come insegna il mito, Europa è la fanciulla costretta a lasciare il suolo nativo, ad attraversare mari e terre, a farsi insomma esule e straniera. Uno dei più grandi interpreti di questo mito fondativo non è stato forse Virgilio? Dietro all’«exul Aeneas» che salpa da Troia in fiamme alla volta dell’Italia con quel che resta del suo popolo, non fa capolino forse l’esule Europa? Quanta sofferenza, in questo esilio, ma anche quanta ricchezza! E la ricchezza è data dalla molteplicità di culture, l’unico antidoto contro la tentazione totalitaria dell’Uno.

L’Italia da sempre è il paese dove i molti si sono incontrati e scontrati, e il risultato è sotto gli occhi di tutti: una ricchezza artistica che non ha eguali al mondo. Ma questa ricchezza, per riprendere quanto sopra detto, ci obbliga. Sappiamo meritarla? Sappiano crearne di nuova? Dinanzi alla tragedia dei profughi reagiamo chiudendo le frontiere e mettendo il filo spinato lungo i confini, o reagiamo come Didone la quale, ben conoscendo le miserie dell’esilio per averle provate sulla propria pelle, accoglie gli esuli Troiani? «Miseris succurrere disco», «Ho imparato a soccorrere gli sventurati», afferma la regina cartaginese: ma s’impara solo se si ‘fa memoria’ di ciò che si è patito.

Come Ulisse, anche Enea non cesserà mai di navigare: la sua storia ci ricorda quanto precaria sia la storia di ciascuno di noi, noi che potremmo diventare gli esuli di domani. «Italiam quaero patriam», «Cerco la patria Italia» dice Enea a Didone. Non stupisca la parola ‘patria’ usata dall’esule Enea, perché essa più che un luogo geografico è un principio spirituale. I più grandi artisti tedeschi questo l’hanno sempre saputo. Nell’allocuzione La professione di scrittore tedesco nel nostro tempo del 1931 Thomas Mann ricorda come il fratello Heinrich, non appena gli era possibile, «tornava a casa, in Italia». E aggiunge: «A casa: quanta intimità e quanta sfida in quest’espressione!». Mi piace immaginare queste parole anche sulle labbra della scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann e del compositore tedesco Hans Werner Henze, i quali trovarono proprio nel «Paese dove fioriscono i limoni» non una seconda patria, ma la patria. Desiderosi entrambi di fuggire il mefitico clima politico e intellettuale che si era creato in Germania nell’immediato dopoguerra, Bachmann e Henze, legati tra loro da un’intensa amicizia che generò altresì un fruttuoso sodalizio artistico, elessero il Sud Italia quale loro dimora. Ancora una volta si potrebbero prendere in prestito le parole di Mann per spiegare le ragioni di questa scelta: «[…] l’insoddisfazione di sé, il bisogno di completamento e di redenzione attraverso l’altro da sé, il Sud, la luce, la chiarezza e leggerezza, il dono della bellezza». Nella stupenda autobiografia (ma il termine è quanto mai è riduttivo) Canti di viaggio Henze, forse memore proprio delle pagine in cui Goethe racconta il suo ingresso nel Bel Paese attraverso il Brennero, confessa lo stupore che lo sopraffece quando nel 1951 vide per la prima volta l’Italia: «[…] guardai la campagna che digradava verso il mare e scrutai il mare stesso, nel quale si rifletteva il sole, e sentii che in qualunque momento Nettuno, Venere, o anche Giove in persona, avrebbero potuto emergere da sotto la sua superficie dorata, scintillante, splendente. […] La voce della gente in allegra conversazione riempiva l’aria con una specie di Sprechgesang, che sembrava capace di trasformarsi in qualsiasi momento in una melodia. […] Esisteva quindi un mondo migliore! Lo si sentiva e lo si vedeva: la gente qui era più amichevole di quanto non lo fosse a casa, in Germania. Quella sera mi innamorai follemente degli italiani». «Un mondo migliore»: commuovono le parole di Henze. Siamo capaci noi Italiani a provare riconoscenza verso questo «mondo migliore» che ci è stato lasciato in eredità? Perché la riconoscenza chiama poi a responsabilità, a rispondere alle urgenti interpellanze che si levano dai monumenti, dalle statue, dagli affreschi, dalle biblioteche, dalle cattedrali del nostro Paese. Sappiamo scorgere dietro tutto questo l’Eros poietico di cui parla Platone nel Simposio, un Eros che invita non solo a contemplare la bellezza, ma a generarne di nuova? A riguardo Henze, sempre nei Canti di viaggio, ha un passaggio meraviglioso che, anche se rapportato alla musica, sintetizza magistralmente tutto questo discorso: «Fin dall’inizio, la mia musica aveva cercato la verità nella perfezione, aspirando agli irraggiungibili ideali della bellezza classica dei greci. La musica doveva desiderare profondamente questi ideali, perché tutto ciò che la vita umana, nel suo immenso dolore, non è in grado di dare, lo deve sostituire e trasformare in arte».

Come si legano musica e parole in questa rassegna?

La tua domanda offre a Settembrini l’aire di prendersi la rivincita. E sia, concediamogli un poco di spazio. Come accennavo prima, in un passo della Montagna incantata l’umanista italiano (non a caso è italiano) sostiene che la musica sia «politicamente sospetta» (il suo pensiero è rivolto al, o meglio contro il paradigma musicale wagneriano colpevole, secondo Settembrini, di aver contagiato l’Europa intera con la sua décadence). Credo che Settembrini volesse metterci in guardia dalla mareggiata di emozioni che la musica può provocare, giacché molte di esse fremono e spumeggiano negli ipogei del nostro cuore, in luoghi di tenebra in cui, per riprendere le parole del nostro Virgilio, è facile discendere. Per Mann la tendenza dei Tedeschi a visitare il regno delle Madri, a perdersi, cioè, in profondità che sconfinano con l’informe e con la morte, è bene rappresentata dal Lied schubertiano, ed «esemplarmente tedesco», Der Lindenbaum ascoltato da Hans Castorp in una pagina memorabile del romanzo. L’unico correttivo – questo mi pare di capire dalle parole di Settembrini, anche se il discorso è di gran lunga più complesso perché investe il pensiero di Nietzsche e di Schopenhauer, autori molto amati da Mann – è il soccorso della parola e della funzione propria della parola, quella di fare chiarezza. Uno sforzo, questo, certamente impari, destinato fatalmente all’insuccesso, ma che merita almeno di essere esperito, non fosse altro perché una partitura musicale è a tutti gli effetti un testo che richiede, anzi esige, di essere rapportato alla parola per poter essere più adeguatamente compreso e interpretato. Poi è ben vero – e aggiungo: per fortuna! – che la musica possiede un imponderabile quid che si sottrae a qualsiasi logos, ma questo non significa riconoscere l’assoluta autoreferenzialità del linguaggio musicale. Nella rassegna Passioni in musica non vi è un concerto che non sia preceduto anche dal logos, il quale, lungi dall’accampare l’assurda pretesa di spiegare la musica (a un incauto ascoltatore che un giorno chiese a Schumann di spiegargli la sonata che questi aveva appena eseguito, il musicista rispose eseguendola di bel nuovo), si propone semplicemente come guida. E compito di una buona guida è quello di suggerire al turista le mirabilia di un luogo senza privarlo, tuttavia, della gioia che potrebbe derivargli dalla scoperta di luoghi di cui non sospettava neppure l’esistenza.

 Poi c’è anche il contributo di Miria Malandri…

Per ogni nuova edizione commissioniamo alla brava pittrice forlivese Miria Malandri un quadro capace di coglierne la Stimmung, la ‘voce dell’anima’. Questo nel solco delle considerazioni che facevo sopra, che una partitura, cioè, è un testo plurimo che si presta a essere investigato sulla scorta di un orizzonte culturale quanto più ampio possibile. I quadri di Miria riprendono di solito opere famose e le ri-creano in modo affatto personale. Una capacità di mímesis, nel senso greco della parola, che nella produzione di Miria ha raggiunto un esito felicissimo nelle opere che ella ha dedicato al cinema.

In generale come si colloca questa manifestazione nel panorama della cultura forlivese?

Come una rara avis, direi. Non mi risulta, infatti, che a Forlì vi sia un’altra associazione di categoria oltre la Confcommercio che realizzi sumpto proprio una rassegna che è concertistica e insieme filosofica, che si sforza, ogni anno, di mettere in cantiere nuove produzioni, proponendo un programma colto, pensato, uso un’espressione di Richard Strauss, per autentici «gourmet della cultura». Scorgo in questa scelta la dimostrazione del miglior spirito del commercio, il quale, certo, si preoccupa di produrre ricchezza, salvo poi avvertire, quella ricchezza, come un obbligo nei confronti della collettività, a cui in parte deve essere restituita sotto forma di cultura.

Se v’è una stella polare che Filippo Pantieri, l’atro direttore artistico della rassegna, e io ci sforziamo di seguire, questa è quella della cultura come innovazione. Per intenderci: non basta proporre per l’ennesima volta gli stupendi quartetti per archi di Haydn, occorre altresì commissionare nuovi quartetti, fare della ricerca il cuore di ogni attività culturale. Le espressioni migliori dell’associazionismo teatrale della nostra città lo hanno capito già da tempo, e i prestigiosi riconoscimenti che raccolgono dimostrano che hanno compiuto la scelta giusta. Purtroppo non si può dire altrettanto del mondo musicale forlivese, che pure presenta un sottobosco di validissimi musicisti. E pensare che non richiederebbe eccessivi sforzi economici la commissione, per esempio, di una nuova opera lirica pensata per un’orchestra da camera. Basta guardare i programmi dei concerti che si tengono a Forlì per accorgersi come l’innovazione sia pressoché assente, in patente contrasto con quello che da sempre è il centro assiale di ogni attività culturale, vale a dire la realizzazione di opere che, quasi programmaticamente direi, esondano al di fuori dei loro alvei disciplinari. Ma il discorso si può estendere a livello nazionale. E che questo tipo di innovazione nell’ambito musicale non avvenga in Italia, il Paese il cui stesso idioma – Henze docet – era avvertito dai Tedeschi come un ‘bel canto’, è semplicemente delittuoso.

Stefania Navacchia, panzavolta, 3 novembre 2016

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Il mito del Wanderer . Tra inquietudine filosofica e impossibilità di vivere il presente

SABATO 5 NOVEMBRE, ORE 16:00, CHIESA DI S. ANTONIO ABATE IN RAVALDINO

Quarto appuntamento della rassegna concertistica Gioia. Passione dell’attesa

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Interventi di Lucrezia Ercoli (direttrice artistica di Popsophia)
Elena Bernardi, soprano
Manila Santini, pianoforte

La letteratura tedesca conosce due generi di viaggio: il Bildungsreise e la Wanderung. Il primo è il viaggio compiuto da Goethe in Italia, un viaggio che ha quale fine la Bildung, la formazione dell’individuo, il rafforzamento dei suoi intenti e il potenziamento delle sue energie. La Wanderung, invece, è squisitamente romantica. Il Wanderer, figura complessa che è del tutto riduttivo tradurre con il termine ‘viandante’, è figura quanto mai attuale: il suo viaggio non conduce all’integrazione in un’armonia superiore, frutto del superamento dialettico delle opposizioni tra l’Io e il mondo. Come il Viaggio in inverno di Schubert, di cui nel corso del concerto saranno eseguiti i Lieder più significativi, anche quello del Wanderer è un vagabondaggio nell’attesa di una patria sempre cercata, sempre presagita e mai trovata: un’ Odissea senza Itaca.

La filosofa Lucrezia Ercoli – direttrice artistica di Popsophia, il festival marchigiano che nel volgere di pochi anni è divenuto un autentico caso culturale, studiato anche all’estero – traccerà un suggestivo percorso letterario e filosofico del mito del Wanderer, divenuto ormai un vero e proprio mito della modernità. Il soprano Elena Bernardi interpreterà Lieder di Franz Schubert, accompagnata al pianoforte da Manila Santini.

Ingresso libero fino a esaurimento posti.

Conosci tu il paese dove fioriscono i mostri?

Intervista impossibile a Goethe, ovvero un Phantasiestück alla maniera di Hoffmann.

di Andrea Panzavolta

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I

 Catabasi, ovvero come raggiunsi i Campi Elisi.

È impossibile opporre un rifiuto al mio direttore: se questi si mette in testa di avere un’intervista esclusiva per il suo giornale, nulla può fargli cambiare idea, neppure l’obiezione che colui che dovrebbe rilasciarla è morto da quasi tre secoli, per la precisione da centottantaquattro anni: tanto è il tempo in cui Johann Wolfgang Goethe dimora nei Campi Elisi.

‘Per un giornalista di razza tempo e spazio non esistono’ esclamò il direttore dopo avermi convocato nel suo ufficio. Quest’anno ricorre il duecentesimo anniversario della pubblicazione del Viaggio in Italia, e poiché sarebbe a dir poco delittuoso non parlarne, ho deciso che gli dedicheremo il prossimo numero del nostro inserto culturale. Ho già contattato un paio di germanisti che scriveranno qualcosa circa l’influenza che il viaggio italiano ebbe sulla poetica di Goethe. Il piatto forte, però, sarà un’intervista allo stesso Goethe. Lo so, è un’idea geniale, non c’è bisogno che tu me lo dica: sai che detesto i cortigiani. L’intervista è tua. No, non ringraziami, te lo meriti; a volte so essere riconoscente pure io. Fammi trovare il pezzo pronto per  sabato mattina. È tutto. Puoi andare. Buona fortuna’.

Sentendomi rispondere, dopo avergli sommessamente fatto notare che per fare un’intervista del genere io stesso sarei dovuto appartenere al regno dei più, che lui sarebbe stato disposto a correre questo rischio pur di averla, uscii dall’ufficio del direttore e abbracciai con un lungo sguardo la redazione per imprimermi nella memoria ogni dettaglio, convinto com’ero che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei veduta.

Mentre ero tutto preso a maledire la mia nera stella, ecco che mi giunge un’e-mail di mia moglie con la quale mi trasmetteva alcuni documenti che avrei dovuto stampare, firmare e consegnare alla scuola di mio figlio quando sarei tornato a casa dal lavoro. La mia attenzione si appuntò sull’account della sua e-mail: virgilio-punto-it. Come ridestati da un oscuro sortilegio, all’improvviso mi tornarono alla mente questi versi del poeta Virgilio: «Un ramo, il cui fusto flessibile e le foglie sono d’oro, si cela dentro un albero fronzuto, consacrato a Giunone infera». Fu come se una benda mi fosse caduta dagli occhi, o meglio: fu come se fossi trasportato in cima ai trampoli di cui parla Proust nelle ultime pagine del suo incommensurabile libro, dall’alto dei quali potevo vedere sotto di me, e tuttavia in me, gli anni del liceo in cui lessi quel passo dell’Eneide dove la Sibilla cumana invita Enea a trovare il ramo d’oro che gli consentirà di accedere ai Campi Elise, dove ritroverà il padre Anchise.

Ero fuori di me dalla gioia: ora sapevo come avrei potuto raggiungere Goethe (e conservare il posto di lavoro). ‘O mia gioia! O mia Beatrice che mi hai tratto dall’inferno al paradiso!’ risposi a mia moglie. ‘Questa sera non aspettarmi. Parto per Cuma per lavoro. Ti chiamerò più tardi. Baci’. Non feci in tempo a riporre il cellulare nella tasca che mi giunse la risposta di mia moglie: ‘Chi è la Beatrice con la quale parti?’. La frase in sé era una semplice domanda; eppure dalle lettere capitali con cui era stata scritta era come se dalla scrivente mi giungesse un aspro rimprovero mosso da un’incontenibile stizza. Avrei voluto risponderle subito, ma l’orologio, questa implacabile divinità della nostra era che ci impone di regolare su di essa le attività, con uno scatto della lancetta mi ingiunse di non frapporre altro indugio.

Così, dopo aver buttato dentro lo zaino il portatile e una copia dell’Eneide (per fortuna la biblioteca del mio giornale è ben fornita), mi misi alla guida della mia auto e partii.

Raggiunsi Cuma in meno di tre ore. Adesso non dovevo far altro che seguire per filo e per segno ciò che era scritto nell’Eneide: ero infatti persuaso che come Schliemann riuscì a scoprire Troia prestando fede a ciò che era riportato nei poemi omerici, così io sarei riuscito a trovare il ramo d’oro, e con esso il mio salvacondotto per i Campi Elisi, solo se avessi compiuto le stesse azioni di Enea.

Dopo essere salito sulla rocca che domina la nobile e antica città di Cuma, passando per un bosco sacro a Diana, raggiunsi i resti del tempio di Apollo dove una coppia di colombi, planando dal cielo in cerchi concentrici che si stringevano sempre più, si posò su un albero, alla base del quale trovai il ramo d’oro, che – segno fausto – si spezzò tra le mie dita senza opporre alcuna resistenza.

«Ora animo bisogna, ora saldo cuore»: queste parole, che un tempo furono rivolte dalla Sibilla all’eroe troiano, mi parvero rimbombare dall’interno della grotta che mi avrebbe condotto fino a Goethe. Mi feci dunque coraggio e dopo aver offerto a Proserpina il ramo d’oro affinché mi consentisse una felice discesa, entrai nella caverna.

La totale oscurità mi costrinse subito a procedere a tentoni. Le scale scendevano ripidissime e sembravano non finire mai. Presto mi accorsi di non essere solo. Come bestie selvatiche attratte da un’esca, si adunò attorno a me una moltitudine di spiriti dalla quale si levavano vagiti e pianti, lamenti e invocazioni, sussurri e grida. Celate nelle tenebre mani misteriose mi sfioravano come se cercassero di afferrare invano un bene che era stato loro sottratto.

Le gambe erano sul punto di cedere, e con esse la speranza di rivedere la gioconda luce del sole, quando mi giunsero, riconoscibilissime per quanto soffocate dalla distanza, le note dell’Andante della Sonata in Do maggiore per pianoforte di Wolfgang Amadeus Mozart. Le larve che si addensavano nel buio scomparvero all’improvviso come spaventate. La dolcezza beatificante di quelle note fu per me come un balsamo. Ripresi forza e proseguii con passo sicuro: era come se la musica mi avesse perso per mano e mi accompagnasse.

Mi fermai dinanzi a una porta socchiusa che, sia pure con il cuore che mi batteva all’impazzata, non esitai ad aprire. «Da quinci innanzi il mio veder fu maggio / che ‘l parlar mostra». Quello che mi si offrì alla vista eccedeva ogni immaginazione. Era una biblioteca costruita nello stile del migliore Settecento che ricordava quella dei Gerolamini a Napoli, ma assai più imponente e sontuosa. Colonne tortili alternate a telamoni sorreggevano un ballatoio, bordato da una ringhiera lignea ottimamente lavorata che cingeva l’intero perimetro della vastissima sala. I due livelli delle scaffalature a parete erano così stracolme di volumi che in un primo momento pensai di essere capitato nella biblioteca di Babele di cui parla Borges in un famoso racconto, dove sono custoditi non solo i libri che sono stati scritti, ma anche quelli che lo saranno.

Dal soffitto a volta, in un cielo d’un azzurro compatto, divinità olimpiche, circondate da cortei festanti di putti e di centauri, di satiri e di sileni, di ninfe e di tritoni, sorridevano benigne, adagiate in molle posa recubante su nuvole di un tenero rosa Tiepolo. Dagli alti finestroni spioveva una luce tersa, da pomeriggio avanzato, che rendeva l’aria trasparente e che avvolgeva le cose in una chiarità misteriosa fatta di silenzio e di attesa, una luce che rivelava impudicamente la nostalgia di tutto ciò che manca, ma che nello stesso tempo sembrava promettere che quella nostalgia avrebbe avuto presto termine.

 

 

 II

 Goethe

 Bagnato da questa luce che conferiva ai tratti già nobili del volto uno splendore di immortalità, ecco Goethe. Era lui che eseguiva al pianoforte, con consumata perizia, la Sonata mozartiana.

Petite Sonate pour débutant. Così la definì lo stesso Mozart. Ma bisogna credergli? Nulla in Mozart è piccolo o facile, creda a me’. La calma augusta della sua voce ricordava il moto solenne delle onde; il timbro era virile, di oro brunito, cadenzato da una segreta ironia.

‘Mio caro, mi sembra sorpreso. Forse non si aspettava di vedermi nelle vesti di musico e in particolare in quelle di interprete mozartiano. Se ha letto con attenzione il mio Viaggio in Italia – so bene che è giunto fin qui per parlare di esso – si ricorderà senza fallo il giudizio che ivi ho espresso sul sommo Salisburghese’. Lo ricordavo eccome. Tenendo anch’io Mozart quale infallibile stella fissa, quale anima dell’anima, fui così contento quando lessi quelle parole, che mi peritai di impararle a memoria.

«Tutti i nostri sforzi per conformarci ai principi di semplicità e di medietà andarono in fumo nel momento in cui apparve Mozart» recitai non senza una qualche enfasi.

Goethe sorrise. ‘La prego, si accomodi, non stia in piedi’ disse, indicandomi una bergère il cui rivestimento, in prezioso broccato, era del medesimo colore del cielo affrescato sulla volta, tanto da sembrare un frammento staccatosi da esso. ‘Anche se è da molto tempo che non lo pratico, cosa questa che potrebbe farmi commettere qualche errore di sintassi, le chiederei, tuttavia, la compiacenza di condurre il colloquio nel suo idioma. Come le è noto, imparai l’italiano da bambino, perché mio padre era convinto che necessario suggello a una completa educazione dell’animo fosse l’apprendimento della sua lingua, così melodica, così bella che alle orecchie di noi tedeschi ha l’effetto di uno Sprechgesang, di un ‘parlar-cantando’. E poi, considerato il tema della nostra conversazione, quale lingua sarebbe più adatta di questa?’ Di nuovo un largo sorriso, saettante arguzia e ironia, illuminò il suo volto.

‘Eccellenza, lei fa onore al mio Paese’ risposi, accennando un inchino. Ci sedemmo, io sulla bergère, lui di nuovo sullo sgabello accanto al pianoforte.

 Io

È inutile che le parli, Eccellenza, del godimento che ho tratto dalla lettura del suo Viaggio in Italia. Vi sono libri, e il suo è tra questi, che per la giocondità con cui sono scritti assolvono pienamente quello che dovrebbe essere il primo dovere do ogni libro, recare diletto al lettore. E il diletto, insegnano i nostri maggiori, è all’origine di ogni retto filosofare. ‘Diletto’, però, è una parola complessa, che comprende un ampio spettro di sentimenti. Per quanto possa sembrare un paradosso, al diletto non sono ignote la paura e l’inquietudine. Potrei anche sbagliarmi, Eccellenza, eppure ho l’impressione che il suo viaggio in Italia non sia stato soltanto la conquista della serenità e dell’armonia, complici la dolcezza del clima italiano e la magnificenza dei monumenti, ma anche la rivelazione di forze sotterranee che eternamente minacciano l’uomo, di un’essenza malvagia, diabolica; la rivelazione, insomma, del mostruoso. Vi sono due punti nel suo libro in cui questo magma ribollente, per quanto contenuto da una suprema sprezzatura, per alcuni istanti rompe gli argini e si mostra al lettore attento. Mi riferisco, cioè, alla pagine che ha dedicato a villa Palagonia, in Sicilia, e al carnevale romano. Orbene, è di questo che mi piacerebbe parlare, nel tempo che vorrà dedicarmi

 Goethe

Lei si è dimostrato un lettore attento, pertanto risponderò alle domande che più riterrà opportuno farmi.

 Io

La ringrazio, Eccellenza. La prima domanda, che potrebbe anche essere il titolo della nostra conversazione, è questa: conosci tu il paese dove fioriscono i mostri?

 Goethe

[Stando al gioco, ma tradendo un sottile turbamento] Sì, è il paese dove «brillano tra le foglie cupe le arance d’oro, / dove una brezza lieve dal cielo azzurro spira, / dove il mirto è immobile e alto è l’alloro».

Io

Dunque dobbiamo immaginare che creature mostruose si celino dietro i cespugli di mirto e di alloro, dietro le colonne dei templi di Segesta e di Paestum? Che qualcosa frani dietro le impassibili statue greche, dietro il candore virginale delle Madonne ritratte dai nostri artisti?

 Goethe

Non direi che si ‘celano’. Al contrario, ostentano addirittura la loro presenza, se solo si ha occhi per vedere.

Io

Già, occhi per vedere. Ecco spiegato perché le pagine su villa Palagonia e sul carnevale romano, pur nella loro politezza, sono così inquietanti, perché in esse lei dona al lettore una sorta di terzo occhio che gli permette di vedere il mostruoso dietro la bellezza. Ma il suo dono, mi consenta l’ardire, Eccellenza, il suo dono, come il fuoco di Prometeo, è nel contempo pure una maledizione.

 Goethe

È suggestiva l’immagine del terzo occhio, che Lei senz’altro ha mutuato dall’eccelso Hölderlin, anche se io ho donato ciò che a mia volta ho ricevuto. Prima di visitare quella villa, che è l’epitome di ogni eccentricità, pure io possedevo soltanto due occhi, che si spalancavano stupefatti dinanzi alle colonne dei templi greci di Agrigento e di Selinunte. Poi, appena respirai a palazzo Palagonia l’aria greve della demenza ecco che acquistai un terzo occhio – sì, ha proprio ragione a chiamarlo così. Ho detto demenza, ma mi domando, invece, se non sia il caso di parlare di chiaroveggenza. Era un pazzo, il principe Ferdinando Francesco Gravina, Principe di Palagonia, un incurabile malato di mente, o piuttosto un uomo che vedeva ciò che ai più sfuggiva?

Io

Convengo che vi fosse del metodo nella sua follia.

 

Goethe

Metodo e follia; dono e maledizione; bellezza e mostri: fino ad ora, ci ha fatto caso?, abbiamo parlato per coppie oppositive. Senza avvedercene forse ci stiamo approssimando al nocciolo della questione. Infatti, che altro sono le statue mostruose che adornano quella dimora in Bagheria se non una visibile contraddizione? Se non uno specchio che riflette la verità delle cose, spesso, troppo spesso, dolorosa?

 

Io

È una pedagogia alquanto sadica.

 

Goethe

Può essere. Ma anche caritatevole. Sadismo e carità: la aggiunga alle coppie di contrari che abbiamo già individuato. Perché caritatevole? Perché dice che la bellezza non è un ornamento, bensì il teatro di un dramma eterno, di un disastro sempre imminente. Villa Palagonia non è altro che un grande teatro delle marionette, macabro?, sia pure, sadico?, glielo posso concedere, ma sommamente istruttivo come tutti i teatrini con i quali ci baloccavamo nella nostra infanzia. Mi dica: v’è una qualche differenza tra il burattino Rinaldo che, tra le grida festanti dei fanciulli, uccide a colpi di spada l’orca che sta per divorare Angelica, e i corpi umani con teste ferine disseminati per Villa Palagonia? Nel primo caso vi è un mostro che vuole uccidere la più bella tra le donne; nel secondo, abbiamo, invece, orribili creature di pietra che oltraggiano la serenità georgica della Sicilia, cantata da Teocrito e da Virgilio.

 

Io

Le medesime osservazioni, se non sbaglio, valgono per il carnevale romano. L’arco di Settimio Severo, la Via Sacra, il Campidoglio, i resti venerandi del Colosseo sconciati da laide maschere e dalle loro oscene smorfie.

 

Goethe

Lo ricordo come se fosse ora. In quei giorni era come se tutti i mostri dell’antichità, cacciati nell’abisso da quasi due millenni di storia cristiana, fossero usciti dal sottosuolo e si fossero impadroniti di Roma. Le maschere che impazzavano per Via del Corso non erano così dissimili dalle statue create dai sogni, o dagli incubi se preferisce, del Principe di Palagonia.

 

Io

Per via della loro deformità?

 

Goethe

Non era tanto la deformità ad accomunarle, quanto piuttosto… il riso.

 

Io

Il riso, Eccellenza?

 

Goethe

Sì, quella mescolanza di divertimento e di terrore che è il riso. Non sono forse ridicoli dei nani con orecchie d’asino in parrucca e tricorno, rane con addosso la corazza, donne con tre seni, enormi nasi, gobbe e pancioni, diavoli che suonano il violino in groppa a delle streghe? E parimenti non muovono al riso le trivialità di Pulcinella e di Arlecchino? Ha mai osservato quale orrenda metamorfosi avviene sul volto di un uomo che ride? È forse un caso che i diavoli siano ritratti perlopiù proprio nell’atto di ridere?

 Io

Ma il riso è anche suprema libertà, è uno sberleffo rivolto alla tronfia seriosità dei prepotenti che rende migliore il mondo.

 

Goethe

Lo so bene, caro amico. Nel mio Faust, proprio attraverso il riso ho fatto strame della togata prolissità e della fatua pompa degli accademici. Tuttavia, anche quando è rivolto ai prepotenti, il riso conserva sempre un lato tenebroso, violento, che, sia pure solo in parte, ci fa assomigliare a coloro che sono il bersaglio dei nostri cachinni. Ecco perché ho parlato di divertimento e insieme di terrore: il riso è un’epifania del caos, una manifestazione del mostruoso. Immagini di trovarsi in una stanza solo con una persona che all’improvviso scoppia in una fragorosa risata: il terrore che le attraverserebbe le vene sarebbe di gran lunga superiore a quello che proverebbe per l’apparizione di uno spettro. Altra cosa, invece, è il sorriso, che ha la leggerezza alata del dio Hermes.

Io

Il sorriso può annientare i mostri?

 Goethe

Se mi è lecito dirlo, lei cammina troppo sugli argini, amico mio. Io preferisco stare un po’ più al centro. Si possono veramente annientare i mostri? Ma forse la vera domanda da porsi è questa: è giusto annientare i mostri?

Io

Baudelaire ha scritto una cosa stupenda a riguardo.

 Goethe

Stavo giustappunto pensando a lui: «La vita formicola di mostri innocenti. Signore, Dio mio! voi, il Creatore, voi, il Padrone; voi, che avete fatto la Legge e la Libertà! Signore, abbiate pietà, abbiate pietà dei folli, uomini e donne. Possono esserci mostri agli occhi dell’Unico che sa perché esistono, come lo sono diventati e come avrebbero potuto non diventarlo?» Ecco perché il verbo ‘annientare’ non mi sembra il più adatto. A proposito: ecco un’altra contradictio in terminis: ‘mostri innocenti’.

 

 Io

Che si aggiunge alla nostra già cospicua collezione. Ma mi stava dicendo sul sorriso?

 

Goethe

Che permette di accostarsi ai mostri con lieve passo di danza. Hermes, con i suoi calzari alati, attraversa il mare popoloso di mostri e percorre incolume il tenebroso regno di Ade. Nessun male lo colpisce, nessuna creatura della notte lo vince. Ecco, questo è il sorriso. È la capacità di scorgere dietro la bellezza più frastornante il mostruoso e tuttavia continuare ad amarla, quella bellezza, non nonostante vi sia il mostruoso, ma proprio perché c’è anche il mostruoso. Non è il tragico e non è neppure il comico, ma è il sorriso che ci dà il senso dell’aldilà. Per capire questo, però, occorre ben più di un terzo occhio!

 

Io

Occorre l’udito di Mozart, vero?

 

Goethe

[Visibilmente emozionato.]Sì, occorre l’udito di Mozart. [Si mette al pianoforte e accenna di nuovo l’Andante della Sonata in Do maggiore.]Un divino sorriso tra le lacrime: ecco che cos’è questa musica. [Una pausa] Ricorda come si conclude il mio Viaggio in Italia?

 

Io

Con un’elegia di Ovidio, se non rammento male.

 

Goethe

Sì. Era la notte prima del mio ritorno in Germania. «La luna splendeva nel cielo cristallino, sì da farmi sentire più che mai acuto l’incanto che essa diffondeva sull’immensa città». Dopo aver percorso in compagnia di amici la Via Sacra, mi fermai davanti al Colosseo. Guardai attraverso l’inferriata entro il chiuso recinto e un brivido mi assalì, tanto che decisi di allontanarmi da lì senza indugio. Cosa vidi all’interno di quella mirabile architettura? I mostri di Palagonia e le laide maschere del carnevale che dai gradoni ridevano davanti al sangue sparso sull’arena nel corso di efferati spettacoli circensi. Capii che sarebbe stato sempre così, ma capii anche che compito della mia arte sarebbe stato quello di mostrare il raggio di luce che sempre si nasconde nel buio più impenetrabile. Fu allora che mi tornarono in mente i versi dove Ovidio, esule nel lontano Ponto, ricorda l’ultima volta che vide Roma: «Quando rivivo la notte in cui lasciai tante cose care, / qualche lacrima ancora mi scorre dagli occhi». Quale indicibile mestizia era contenuta in quei versi, quale vuoto pauroso, ma nel contempo quale lotta vittoriosa contro l’informe! La perfezione di quei distici elegiaci e la squisita eleganza della loro prosodia non fungevano forse da argine contro il dramma vissuto dal poeta, dramma che pure continuava a fremere e a ribollire? Così sarebbe stato anche della mia poesia: essa, pur non potendoli sconfiggere, non avrebbe, tuttavia, concesso ai mostri il dominio sui nostri pensieri.

 

Io

Eccellenza, è proprio in virtù di questa saggezza che noi l’annoveriamo tra i migliori amici dell’umanità, saggezza alla quale diamo il nome di ‘classicismo’, il quale non è altro che il coraggio di guardare i mostri senza lasciarsi pietrificare dal loro sguardo.

 

Goethe

Ma quanta malinconia c’è in questo ‘classicismo’, caro amico! Legga una pagina qualunque delle mie opere, un verso qualsiasi delle mie liriche e lo metta a confronto con questo: [accenna di nuovo all’Andante]. Sente quale leggerezza? Quale incomparabile simpatia per tutto ciò che è umano? Qui i mostri non sono contrastati, sono mansuefatti, pacificati, accolti: redenti! Come è possibile tutto questo? Non si stupisca per la risposta che le sto per dare: attraverso quella forza antica e sempre nuova che è l’amore. «Ecco le porte della paura, / che minacciano difficoltà e morte» esclama Tamino, tremebondo. Ma Pamina non s’impressiona; ella non ha paura perché ama: «In ogni luogo / starò al tuo fianco. / Io stessa ti conduco, / l’amore mi guidi». Io ho tentato di gareggiare con Il flauto magico, ho provato anche a immaginarne il seguito, ma ciò che ho scritto non è altro che un vile  frammento. [Con affettuoso slancio.] Caro, carissimo amico, vorrei che dell’intera nostra conversazione lei custodisse nel cuore soltanto le parole di Pamina che pocanzi le ho citato, e in particolare queste: «In ogni luogo / io starò al tuo fianco». Le mediti incessantemente e diventerà come il bambino che gioca sulla buca dell’aspide senza esserne morso.

 

III

 Anabasi, ovvero come lasciai i Campi Elisi e ritrovai la gioconda luce del sole.

Goethe mi fissò. Notai che il suo volto non era più quello di un uomo, ma qualcosa di diverso, in cui si mescolavano la fanciullezza e la vecchiaia, qualcosa di venerabile e fuori del tempo, come possono essere gli astri e gli alberi.

In preda a una profondissima emozione tentai di abbracciarlo, ma un alito di vento, lieve come una carezza, ma di una forza tale che sarebbe stato impossibile contrastare, mi spinse indietro, sempre più indietro, fino alla porta da cui ero entrato, la quale si richiuse alle mie spalle.

Mi ritrovai di nuovo nell’oscurità più fitta. Cercai a tentoni le scale e iniziai la risalita. Non avrei saputo spiegare il motivo, ma delle tante cose raccontate da Goethe una, in particolare, mi ronzava implacabile nella mente: la visione notturna del Colosseo affollato di mostri ghignanti.

Un brivido mi attraversò il corpo. ‘Et in Arcadia nos’ pensai, ‘Anche noi, i mostri, siamo in Arcadia’. Dunque non esisteva nulla che non fosse infettato dal loro alito? Da ultimo Goethe non aveva forse riconosciuto il fallimento della sua arte? L’equilibrio, l’armonia, l’ordine e la misura della sua poesia non si erano forse rivelati impotenti, per sua stessa ammissione, contro l’informe e il demonico? Certo, potevano contrastarli, ma vincerli mai. Perché, dopotutto, io continuavo a essere persuaso che i mostri dovessero essere vinti dalla bellezza. È per questo che, pur ritenendolo assai suggestivo, non riuscivo a comprendere appieno il suo discorso su Mozart.

Mentre andavo ponzando tra me e me queste o simili cose, mi ritrovai circondato di bel nuovo da un esercito di spettri; solo che questa volta, anziché sospirare e gemere, scoppiavano in orribili risate. Un maligno terrore mi paralizzò le membra. Tentati di richiamare alla memoria il tema dell’Andante mozartiano, che già una volta mi aveva felicemente soccorso nella distretta, ma quei ludibri infernali penetravano nella mia mente, soggiogandola.

Oppresso da un senso di soffocante vertigine, ero sul punto di cadere quando due braccia mi sorressero. La riconobbi dal suo profumo: era mia moglie. ‘Tu? Qui?’ farfugliai trasecolato. ‘E dove altrimenti dovrei essere?’ fece lei; la sua voce era calma e, benché l’oscurità fosse assoluta, essa era per me come una luce nella notte.

‘Certo è che come adultero saresti una frana. Hai lasciato talmente tanti indizi che trovarti è stato un gioco da ragazzi’. ‘Ma perché sei venuta fini qui?’ balbettai, ancora al colmo dello stupore. ‘Non mi vergogno a confessarlo. Il messaggio che mi avevi inviato – disse – era così confuso che in un primo tempo avevo inteso che esso fosse stato indirizzato, per errore, non a me, ma a una tua supposta amante di nome Beatrice. Così ho telefonato in redazione, ho parlato con il tuo direttore, il quale mi ha informato dell’intervista che avresti dovuto fare a Goethe. Da accanita lettrice di gialli ho messo subito in fila gli indizi: mio marito deve fare un’intervista a Goethe, che è morto da quasi tre secoli, e ha detto che stava partendo per Cuma. Ma a Cuma, come tutti sanno per averlo studiato a scuola, si trova l’entrata per il regno dei morti, l’unica via possibile per raggiungere un morto e intervistarlo. Voilà: il caso era risolto. Ma mentre mi complimentavo con me stessa, ecco che mi sorge un terribile dubbio: povero caro, mi dico, e se gli dovesse succedere qualcosa? È facile la discesa all’Averno, ma la vera impresa consiste nel riportare su il passo e uscire di nuovo all’aria aperta. Così, recuperare una copia dell’Eneide – ero molto più brava di te in latino, non scordarlo –, partire per Cuma e giungere fin qui è stato tutt’uno. Ma dimmi piuttosto: l’hai fatta questa intervista a Goethe?’

‘Sciagurata, che hai fatto!’ urlai. ‘Così ora ci perderemo in due! Non senti le voci, non odi le risate dei mostri? Siamo perduti!’ ‘Mio dolce amore, a parte noi due qui non c’è nessun’altro. Ma se anche attorno a noi si accampasse un esercito di mostri, io ti guiderei senza paura, perché io non ho mai avuto paura dell’amore; tu invece sì, uomo di poca fede. Perciò rassegnati: in ogni luogo io starò al tuo fianco. E ora dammi la mano, tuffati con me nelle tenebre e vedrai che ci ritroveremo in men che non si dica in una meravigliosa luce’.

E così fu: in poco tempo guadagnammo l’uscita. Era questo, dunque, l’amore di cui parlava Goethe pensando a Mozart? Un sole a picco sulle cose, che riduce tutte le ombre a coraggiosa chiarezza?

Salimmo in macchina. Stavo per partire quando udii di nuovo il tema dell’Andante. Guardai stupefatto mia moglie, ma dal sorriso che ella mi rivolgeva capii che lo stava udendo anche lei. Senza aggiungere nulla, misi in moto.

Per la prima volta, grazie a quelle note e a quel sorriso, mi sentii forte alla vita, capace di serenità, forse anche di gioia.

FINE

11 giugno 2016