«L’atra face del ver». Così fan tutte di W.A. Mozart.

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Il libretto di Così fan tutte potrebbe godere di una autonoma vita drammaturgica indipendentemente dalla musica (che pure lo trasfigura), tanto è colmo di verve, di arguzia, di sapidi doppi sensi quasi al limite della pornografia, di morbido e avvolgente erotismo: è una delizia e un balsamo per lo spirito e anche per la mente, la quale è trascinata in un rapinoso gioco di sottili sofismi, di acuminate logomachie, di pericolose finzioni, di squisite schermaglie verbali, di raffinate citazioni; è un rutilante ballo in maschera, un enigmatico gioco di specchi, un perfetto meccanismo ad orologeria, una tavola periodica che permette di comprendere meglio la chimica d’amore, un labirinto in cui è piacevole perdersi. Dall’intreccio alla caratterizzazione dei personaggi (in particolare quelli di don Alfonso, tipico philosoph del secolo dei Lumi e smaliziato conoscitore delle cose di questo mondo, e di Despina, figura costruita sulla falsariga delle tante servette che punteggiano l’opera buffa italiana, ma con un surplus di ironia, di istrionismo e di maliosa coquetterie che la sbalzano ad una distanza siderale rispetto al typos fissato dalla tradizione), dal ritmo alla guizzante vivacità delle battute, tutto fila che è una meraviglia.

Ma Così fan tutte è solo un prezioso divertissement erotico da rubricare, di diritto, nel canone dei grandi testi libertini del ‘700? Proprio i personaggi di don Alfonso e di Despina, secondo molti, avallerebbero questa tesi, tanto che, non di rado, si parla, con riferimento alle loro astuzie e malizie, di ‘cinismo’, il primo essendo una sorta di serpente edenico che tenta gli incauti Ferrando e Guglielmo a un gioco d’azzardo («Giochiam!» suona il suo invito all’inizio dell’opera) da cui usciranno malconci; la seconda, invece, la duttile esecutrice delle sue male arti. Una lettura meno superficiale del libretto, però, mette in risalto un ordito spiccatamente filosofico e mostra come non di cinismo si debba parlare, bensì di ‘disinganno’, e come siano proprio don Alfonso e Despina (i due costituiscono un’endiadi inscindibile nella quale eros e logos, vita activa e askesis sembrano trovare, finalmente, una pacifica, accattivante integrazione) i sapienti burattinai che, attraverso un percorso iniziatico, condurranno le due coppie di amanti fuori dalla caverna dell’errore.

Il richiamo al celebre mito platonico non sembri peregrino. Don Alfonso, da autentico filosofo, dimostra di aver compreso in pieno la morale soggiacente al mythos narrato dall’Ateniese nel libro settimo della Repubblica, la quale consiste nello sforzo non solo di liberare se stessi dalla catene dell’inganno, ma anche di essere, a propria volta, liberatori. Attraverso un gioco di maschere, egli riesce a strappare dal volto di Ferrando e Guglielmo, di Dorabella e Fiordiligi la maschera che impediva loro di vedere l’illusione in cui erano placidamente accomodati: «V’ingannai, ma fu un inganno / disinganno ai vostri amanti» (II, 18). E qual era mai l’illusione che li teneva prigionieri? L’amore disincarnato. Tutto il primo atto è una ridda di languidi sospiri, di palpiti amorosi, di svenevoli galanterie, di sciroppose civetterie; ciascun amante scorge nel rispettivo dimidium non un essere umano, ma un dio o una dea. Da qui un passaggio pressoché obbligato: se sono dèi e non esseri nati da donna, gli amanti sono immuni dall’errore e dal tradimento, dal mendacio e dal sospetto, insomma da tutte quelle perniciose affezioni dello spirito che, invece, corrompono e intristiscono coloro che non sanno «che cosa è amor». A questo inganno don Alfonso oppone la nuda veritas: «[…] saper vorrei / che razza d’animali / son queste vostre belle, / se han come tutti noi carne, ossa, pelle, / se mangian come noi, se veston gonne, / alfin, se Dee o se donne son» (I, 1). Ecco, dunque, l’oggetto della sua scommessa: dimostrare che siamo sulla terra e non nel terso cielo dell’Iperuranio, che le dee non esistono e che tutte le donne «mille volte al dì cangiano amore» perché spinte da un’implacabile «necessità del core» (II, 13). La conclusione, a questo punto, non può che essere una sola: occorre pigliarle «come esse son», giacché «Natura non potea fare l’eccezione».

A Fiordiligi e a Dorabella il medesimo assunto è ribadito, sia pure in forma più grossolana, da Despina. Alle languide svenevolezze delle due fanciulle, che si dicono pronte a togliersi la vita pur di non separarsi dai rispettivi promessi sposi chiamati al «marzial campo» da un «ordin regio», l’impertinente servetta risponde con un reciso «passaro i tempi / da spacciar queste favole ai bambini». E poi, nella brillante Aria che subito segue, ella espone la sua visione del mondo, la quale a ben vedere possiede l’inconcussa verità di un dogma: «In uomini, in soldati, / sperare fedeltà? / Non vi fate sentire, per carità! / Di pasta simile / son tutti quanti: / le frode mobili / l’aure incostanti / han più degli uomini / stabilità» (I, 9). Gli occhi delle due fanciulle sono ancora schermati dall’ingannevole velo delle apparenze, ancora non sanno distinguere tra il poetico mondo delle idee e il prosaico mondo reale, un mondo, questo, che a differenza del primo contempla fratture, aporie, contrasti, conflitti spesso insanabili. «Ah, Ferrando perdendo / mi par che viva seppellirmi andrei» piagnucola, inconsolabile, Dorabella; la replica di Despina possiede un indiscutibile, per quanto sicuramente involontario, retrogusto filosofico: «“Vi par”, ma non è ver» (I, 9).

Dunque, non solo «così fan tutte», ma anche «così fan tutti»: ecco il «ver» dinanzi al quale le coppie amanti debbono aprire gli occhi. Il presunto statuto sessista dell’opera non ha proprio ragion d’essere: non solo le donne, ma anche gli uomini seguono la «necessità del cor». Il sedicente ‘cinismo’ di don Alfonso è in realtà partecipe comprensione delle umane debolezze; è uno sguardo compassionevole sugli errori che i miseri esseri fatti di «carne, ossa, pelle» inevitabilmente compiono; è un sorriso benevolo rivolto alle maschere con cui ciascuno di noi nasconde il proprio volto per proteggersi da una realtà che non di rado sgomenta. Come l’Abate nel Wilhelm Meister di Goethe, così don Alfonso è il regista che educa i quattro giovani amanti alla vita, della quale mostra il volto demonico e insieme l’arte di difendersene. Non solo: egli insegna che l’amore è il massimo arrischio e che ad esso bisogna cedere senza pretendere dimostrazioni o prove. Emblematico a riguardo è lo scambio di battute che, a fine d’opera, si scambiano i quattro innamorati: a Fiordiligi e Dorabella che promettono di «compensare» i cuori di Ferrando e Guglielmo «colla fede e coll’amore», questi ultimi rispondono: «Te lo credo, gioia bella, / ma la prova io far non vo’» (II, 18).

In questa lettura dell’opera di Mozart-Da Ponte scorgiamo il precipitato del migliore Illuminismo. Don Alfonso non si vuole burlare dei quattro giovinetti (Fiordiligi e Dorabella hanno appena quindici anni e verosimilmente un’età di poco superiore hanno i rispettivi amorosi), né prova un sadico compiacimento nel dimostrare loro la legge universale che muove le azioni degli esseri umani; al contrario, egli è guidato da una passione autenticamente filosofica, la quale poi, come si accennava, non è altro che la diuturna tensione a liberare se stessi e gli altri dai lacci dell’inganno. E se di legge universale si tratta, le donne e gli uomini meritano soltanto pietà e perdono tutte le volte in cui, sotto l’imperio di tale «necessità», deviano dal retto cammino.

Eppure alla fine, quando nel vorticoso sestetto che suggella l’opera tutti brindano alla (rinnovata?) concordia dei cuori, un’ombra di mestizia incrina il nostro sorriso. Le coppie si saranno pure ritrovate, la lezione sarà pure stata appresa, tuttavia nulla potrà farci dimenticare che la mela è stata staccata dall’albero e che l’innocenza è stata perduta. Lo stesso don Alfonso sa che questa mestizia senza nome è l’ineliminabile esergo della conquistata libertà. «O pazzo desire! / Cercar di scoprire / quel mal che, trovato, / meschini ci fa» (I, 1): sono parole nelle quali risuona l’antico adagio di Qohélet «qui auget scientiam, auget et dolorem».

Ha certo ragione Despina quando afferma che «passaro i tempi / da spacciar queste favole ai bambini», e ha ragione pure don Alfonso quando sostiene che le eroiche immolazioni sull’altare dell’amore assoluto devono cedere il passo alla feriale monotonia di un’ordinaria vita matrimoniale, giacché «hic Rhodus, hic saltat»; eppure si fa fatica a scrollarsi di dosso la dolente sensazione di essere stati derubati di qualcosa di bello. Nessuno come Giacomo Leopradi, nella poesia Alla primavera o delle favole antiche, è riuscito a dire meglio questa rapina: «[…] forse alle stanche e nel dolor sepolte / umane menti riede / la bella età, a cui la sciagura e l’atra / face del ver consunse / innazi tempo?» «Atra» è la luce del «ver», perché essa offusca, fino a farla scomparire, la «bella età», il tempo delle illusioni, della spensieratezza, delle favole: indipendentemente dal felice scioglimento della storia, dobbiamo immaginare che, come in Giobbe, così anche nelle due coppie di amanti rimarrà per sempre una ferita che nessun cauterio potrà mai medicare.

Questo strappo è colto da Mozart in un punto ben preciso dell’opera: nel sublime Terzetto («Soave sia il vento, / tranquilla sia l’onda») in cui Dorabella, Fiordiligi e don Alfonso salutano Ferrando e Guglielmo che, a bordo di una nave, hanno appena lasciato il porto di Napoli. Non importa sapere che si tratta di una falsa partenza: quell’addio è pronunciato con accenti così accorati, così struggenti pur nella dolcezza indicibile della melodia, da risultare definitivo. Dopo questo addio nulla potrà essere più come prima. La stessa scenografia, se si leggono bene le note di scena del libretto, sembra risentirne: da luoghi all’aperto – siamo in una Napoli che mai sarà più radiosa, bagnata com’è dall’oro fuso che spiove da un cielo senza nubi – si passa all’interno della dimora delle due fanciulle; dal mondo mitico (i riferimenti mitologici abbondano nel primo atto, ispirati, probabilmente, anche dal luogo in cui è ambientata la storia, vale a dire la città partenopea, a sua volta immane giacimento mitopoietico) si passa al mondo della civiltà e del disincanto, un mondo che «tra i casi e le vicende / da ragion guidar si fa».

Una Gotterdämmerung in sedicesimi, dunque, Così fan tutte. Gli dèi se ne vanno in esilio a bordo della nave che lentamente prende il largo e non sappiamo se ritorneranno; ma almeno la loro memoria sopravvivrà grazie alla musica di Mozart, una musica che è tenerezza, consolazione, pietà creaturale, forse annuncio di Qualcuno che già sta arrivando.

 

Andrea Panzavolta

Ringraziamento a Mozart di Albert Camus

Albert Camus

Ma come! Mozart in mezzo alla storia più folle e pressante? Mozart di fronte all’Algeria piena di odio e alla Francia che rassegna le dimissioni? Sì, proprio così! Quando il mondo si ripiega su se stesso, quando le strutture della civiltà vacillano, è bene tornare su ciò che nella Storia non si piega, ma al contrario rimette insieme quelli che sono separati, che pacifica senza fare stragi. È bene richiamare alla mente che il genio della creazione, anche lui, è all’opera in una storia votata alla distruzione. L ‘Europa, oggi contestata per la sua potenza industriale, e tuttavia imitata nella sua parte peggiore dagli stessi che l’assediano, non è mai stata contestata né eguagliata in ciò che ha di più grande, e che risplende nell’opera di Mozart.

Né la musica, certamente, né le altre arti hanno mai sostituito le opere e le creazioni della civiltà materiale. Anche per Mozart, sono le macchine che lo fanno entrare a casa nostra, che gli danno una notorietà che lui non avrebbe nemmeno potuto sognare. Ma né le macchine né la potenza materiale possono creare da sole. Esse preparano senza dubbio la creazione, quando non la uccidono. Eppure, prive di grandi artisti, le società possono dominare a lungo: non regneranno mai.

Mozart conquista in modo diverso. In questi giorni è stato festeggiato come pochi potenti lo sono stati. E non solo in quei concerti e cerimonie che innalzano un giusto canto di gloria attorno alla sua ombra discreta, ma in molte case in cui, il giorno della sua nascita, alcuni amici si sono riuniti per sentirlo di nuovo parlare. Dopo due secoli, nella stupida Europa, un uomo fragile, un po’ bizzarro, che con stile e proprietà ha saputo dare voce sia alla sensualità che alla tenerezza, alla gioia innocente e al mistero della morte, è ancora in grado di consolare e di riunire. Lui muore solo e milioni di cuori oggi lo ricevono e lo acclamano.

Lui è il genio. Regna senza sforzo, senza travaglio, dando dimostrazione che il genio non è un esaltato, né un frivolo, né un maledetto. Al contrario, il vero creatore non brama altro che la libertà del suo lavoro. Non si sente obbligato, Mozart ne è la prova, a modellare la sua grammatica né la sua sintassi. Lui parla il linguaggio di tutti. Ma, riprendendo il linguaggio tradizionale, lo mette a servizio di nuovi modelli e lo fa echeggiare in maniera improvvisa. Soprattutto, ed è così che lui si ricongiunge con la storia, non si estrania da niente, abbraccia ogni registro umano, dal piacere allo slancio, e accetta il suo tempo senza contestarlo.

Tutto allora è pretesto per la sua capacità d’invenzione. Per Mozart, lo sgorgare ininterrotto dei temi e delle forme si spande lungo i due secoli che lo seguono. Il più delle volte, ciò che appare nuovo, nei suoi successori, lui lo aveva già inventato. Così il Don Giovanni si colloca in cima a tutte le opere d’arte. La perfezione e la libertà, lungi dal contraddirsi, si rinforzano l’un con l’altro. Quando si ascolta questo canto, non c’è più niente da desiderare.

Ecco perché, oggi più che mai, Mozart resta per noi esempio. L’uomo d’Europa non è solo quel patetico bugiardo che disturba nei nostri raduni intellettuali e politici, né quel pazzo ubriaco di umiliazioni e crudeltà. È anche Mozart. E’ anche questa folla di artisti più umili, non meno pazienti, che preparano colui che sarà un nuovo Mozart e che, un giorno, acclameranno con riconoscenza nella sua opera un po’ di ciò che essi furono.

Saint-Exupéry malediceva le guerre e le ingiustizie poiché esse rischiavano di uccidere, in un uomo, il Mozart che sarebbe potuto diventare. L’esempio è ben scelto. Significa dare ad ogni uomo la sua chance (possibilità) migliore che gli permetterà di accedere, se ne sarà in grado, a quella libertà inesauribile e felice. Ma, nello stesso modo della giustizia e della pace, è necessario il rispetto verso ciò che c’è di sovrano nella vita di ogni singolo essere. Sebbene oggi non si smetta di parlare di giustizia con ipocrisia e di pace in mezzo alle fabbriche di morte, quel rispetto, senza il quale ogni giustizia è terrore, quella pace, quella rinuncia è scomparsa dalla nostra coscienza politica. Le tirannie contemporanee odiano Mozart e ciò che rappresenta, anche quando fanno finta di onorarlo.

Perché? Ascoltate le note trionfanti che accompagnano l’ingresso di Don Juan. C’è nel genio una indipendenza irriducibile, che è contagiosa. Essa annuncia in anticipo che un certo genere di spiriti non si piegherà mai se non ad una solidarietà responsabile e a quella libera obbedienza che sola fa progredire la storia. Ma i tiranni, anche quando esaltano questa storia, non sanno che farsene del suo progresso. Vogliono solo fermarla con la loro potenza.

Don Juan, è vero, muore sotto il fuoco divino. Ma Mozart sapeva ciò che ogni artista impara per sua propria esperienza, che per crescere come creatore e come uomo bisogna riconoscere i propri limiti e fare affidamento su di essi. Se li si vuole evitare, è la rovina. Da parte mia non credo che le statue del comandante tremino. E tuttavia non ne nego i limiti del mistero. Non li nego perché li sento, come tutti gli uomini, nonostante la menzogna cosciente della nostra società intellettuale consiste nel parlare come se i limiti non esistessero. Mozart, lui, non ha mentito. Lui ha ripercorso tutto il cammino dell’uomo, dalle sue origini istintive fino al suo incontro con l’enigma.

Ecco perché non ho mai espresso cordoglio per le sue sofferenze né per la sua morte solitaria. Ci si intenerisce troppo facilmente di fronte al corte funebre sotto la neve e alla fossa anonima. Si sa che il genio soffre di solitudine. Ma le sue radici affondano nella condizione di tutti, e da qui egli ricava la sua verità. Allora è giusto che scompaia nell’anonimato e ritrovi nella morte coloro di cui non ha smesso di esaltare le vite: il posto di Mozart è in quella fossa comune. L’uomo che egli fu può suscitare la nostra tenerezza. Ma che importa se non rimane niente di lui! La sua opera, moltiplicata attraverso di noi, sorgente perpetua di gioia fresca, di libertà che insegna, giustifica l’ambizione umana, malgrado tutte le sfortune e i momenti di sconforto, e ancora oggi ispira al contempo la nostra resistenza e la nostra speranza. Molto vicino a noi, nel tempo e nello spazio, colui è vissuto e ha creato. La nostra vita e i nostri lutti vi trovano allo stesso modo giustificazione.

L’Express, 2 febbraio 1956

 

Remerciement à Mozart – L’Express, 2 février 1956

Il y a deux cents ans, Mozart… Eh quoi! Mozart au milieu de l’histoire la plus folle et la plus pressante. Mozart devant l’Algérie de la haine, la France de la démission? Justement! Quand le monde fléchit autour de soi, quand les structures d’une civilisation vacillent, il est bon de revenir à ce qui, dans l’Histoire, ne fléchit pas, mais au contraire redresse le courage, rassemble les séparés, pacifie sans meurtrir. Il est bon de rappeler que le génie de la création est, lui aussi, à l’œuvre, dans une histoire vouée à la destruction. L’Europe, contestée aujourd’hui dans sa puissance mécanique, imitée pourtant dans ce qu’elle a de pire par ceux-là mêmes qui l’assiègent, n’a jamais été contestée ni égalée dans ce qu’elle a de plus grand, et qui rayonne dans l’œuvre de Mozart.

Ni la musique, certes, ni les autres arts n’ont jamais remplacé les œuvres et les travaux de la civilisation matérielle. Pour Mozart même, ce sont les machines qui le font entrer chez nous, qui lui donnent une audience qu’il n’aurait pu rêver. Mais ni les machines ni la puissance matérielles ne sont créatrices par elles-mêmes. Elles préparent sans doute la création, quand elles ne la tuent pas. Privées de grands artistes, pourtant, les sociétés peuvent longtemps dominer : elles ne règneront jamais.

Mozart conquiert autrement. Il a été fêté ces jours-ci comme peu de puissants le furent, non pas seulement dans ces concerts et cérémonies qui élèvent un juste chant de gloire autour de son ombre discrète, mais dans beaucoup de maisons où, le jour de sa naissance, quelques amis se sont réunis pour l’écouter à nouveau parler. Après deux siècles, dans l’Europe démente, un homme fragile, un peu fantasque, qui a su avec une apparence et libre aisance donner une voix à la sensualité comme à la tendresse, à la joie innocente et au mystère mortel, vient encore consoler et réunir. Il meurt seul, et des millions de cœurs aujourd’hui le reçoivent et le saluent.

Il est le génie. Il règne, sans effort, sinon sans labeur, faisant la preuve que le génie n’est pas convulsé, ni bizarre, ni maudit. Le vrai créateur ne brigue rien, au contraire, que la liberté de son travail. Il ne se croit pas obligé, Mozart le démontre, de forger sa grammaire ni sa syntaxe. Il parle le langage de tous. Mais reprenant le langage traditionnel, il le met au service de nouveaux modes et le fait retentir de façon imprévue. Surtout, et c’est par là qu’il rejoint l’histoire, il ne se sépare de rien, embrasse tout le registre humain, de la jouissance à l’effusion, et accepte son temps sans le bouder.

Tout alors est prétexte pour sa force d’invention. Chez Mozart, le jaillissement ininterrompu des thèmes et des formes se répand sur les deux siècles qui le suivent. Le plus souvent, ce qui a paru nouveau, dans ses successeurs, il l’avait déjà inventé. Ainsi le Don Giovanni se trouve au sommet de toutes les œuvres d’art. La perfection et la liberté, loin de se contrarier, s’y renforcent l’une l’autre. Lorsqu’on a écouté ce chant, on a fait le tour du monde et des êtres.

Voilà pourquoi, aujourd’hui plus que jamais, Mozart reste pour nous exemplaire. L’homme d’Europe n’est pas seulement ce menteur malheureux qui sévit dans nos assemblées intellectuelles et politiques, ni ce fou ivre d’humiliations et de cruautés. Il est aussi Mozart. Il est encore cette foule d’artistes plus humbles, non moins patients, qui préparent ce que sera un nouveau Mozart et qui, un jour, salueront avec reconnaissance dans son œuvre un peu de ce qu’ils furent.

Saint-Exupéry maudissait les guerres et l’injustice dans la mesure où elles risquaient de tuer dans un homme le Mozart qu’il aurait pu devenir. L’exemple était bien choisi. C’est donner à chaque homme sa chance la plus haute que de lui permettre d’accéder, s’il en est capable, à cette liberté inépuisable et heureuse. Mais, en même temps que la justice et la paix, il y faut le respect de ce qu’il y a de souverain dans chaque vie particulière. Bien qu’on ne cesse aujourd’hui de parler de justice, au-dessus des camps d’esclaves, et de paix, au milieu des usines de la mort, ce respect, sans lequel toute justice est terreur, toute paix, démission, a disparu de notre conscience politique. Les tyrannies contemporaines haïssent Mozart et ce qu’il représente, même lorsqu’elles font mine de l’honorer.

Pourquoi ? Ecoutez les mesures triomphantes qui accompagnent les entrées de Don Juan. Il y a dans le génie cette indépendance irréductible, qui est contagieuse. Elle annonce d’avance qu’une certaine sorte d’esprits ne se pliera jamais qu’à une solidarité consentie, et à cette libre obéissance qui seule fait avancer l’histoire. Mais les tyrans, même lorsqu’ils divinisent cette histoire, n’ont que faire de son progrès. Ils veulent seulement l’arrêter à l’heure de leur puissance.

Don Juan, il est vrai, meurt sous le feu divin. Mais Mozart savait ce que tout artiste apprend dans sa propre expérience, que pour grandir, comme créateur et comme homme, il faut reconnaître ses limites et s’appuyer sur elles. A vouloir les franchir, on s’y brise. Je ne crois pas pour ma part que les statues de commandeur s’ébranlent. Mais je n’en nie pas pour autant les limites du mystère. Je ne les nie pas parce que je les sens, comme tout le monde, bien que le mensonge conscient de notre société intellectuelle consiste à parler comme si elles n’existaient pas. Mozart, lui, n’a pas menti. Il a refait tout le parcours de l’homme, depuis ses origines instinctives jusqu’à son affrontement avec l’énigme.

C’est pourquoi je n’ai jamais plaint ses souffrances ni sa mort solitaire. On s’attendrit trop facilement devant ce convoi sous la neige et cette fosse anonyme. Il se peut que le génie souffre de solitude. Mais ses racines plongent dans la condition de tous dont il tire sa vérité. Il est juste qu’il disparaisse alors dans l’anonymat et retrouve dans la mort ceux dont il n’a cessé d’exalter la vie : la place de Mozart était dans cette fosse commune. L’homme qu’il fut peut susciter notre tendresse. Mais qu’importe s’il ne reste rien de lui ! Son œuvre, répandue à travers nous, source perpétuelle de joie fraîche, de liberté maîtrisée, justifie l’ambition humaine, malgré tous les malheurs et les découragements,et, aujourd’hui encore, inspire en même temps notre résistance et notre espoir. Tout près de nous, dans te temps et dans l’espace, celui-là a vécu et créé. Notre vie et nos luttes s’en trouvent du même coup justifiées.