Mozart ritratto da Johann Joseph Lange

Mozart di Lange

Nella primavera del 1789 Johann Joseph Lange realizzò un ritratto del cognato W.A. Mozart che, a quanto pare, è uno dei pochi originali della vasta galleria dedicata al genio salisburghese. Il quadro lascia ammirati non tanto per la fedeltà al soggetto ritratto – a dire il vero l’opera tradisce un certo dilettantismo – quanto piuttosto per la piena comprensione del segreto racchiuso in esso.

Da quel che si può intuire osservando i contorni squadrati del registro inferiore, rimasto incompiuto, Mozart verosimilmente è seduto al clavicembalo ed è intento a comporre o a suonare. Del musicista è ritratto solo il busto; il capo, scorciato di tre quarti, è leggermente inclinato in avanti, nella postura propria di chi sta leggendo. Il volto appare segnato da una profonda stanchezza: forse un bravo anatomopatologo riuscirebbe a scorgervi gli indizi di una malattia. Segnato, ma non vinto: l’impressione che se ne ricava, infatti, è quella di una mitezza che tutto accetta e sopporta, di una forza tranquilla che si dona senza richiedere nulla in cambio. Rischiarato da una luce misteriosa, il volto si staglia di netto dallo sfondo, fatto di un’oscurità tenace, grommosa e compatta. A dire il vero la luce è irradiata dallo stesso volto, tanto che questo sembra un astro in miniatura, un piccolo sole. Ecco, la cifra (e la mirabile intuizione) del quadro consiste proprio in questo: nel conflitto tra skotos e phos, tra le tenebre e la luce. Il non-compiuto della parte inferiore e la pesantezza ctonia della parte superiore cingono d’assedio il piccolo sole, ma non riescono a offuscarne il fulgore.

Centro focale di questa lotta è lo sguardo di Mozart. Esso sembra fissare, tanto è malinconico, l’illusorietà delle creazioni dell’arte, il riflesso di una Bellezza goduta solo per pochi istanti, l’impossibilità di un ritorno all’origine. Ma il chiarore mite e buono che traluce dal suo volto non solo sconfessa questo assunto, ma addirittura lo ribalta nel suo opposto: gli occhi di Mozart contemplano la Verità che si offre nella Bellezza, contemplano l’antica armonia, la luce dell’Inizio. Vi è ancora la notte, ma è come se questa fosse già stata superata; persiste ancora il dolore, eppure si intuisce che prossima è la guarigione; l’angoscia ancora artiglia l’anima, ma questa sa che imminente è la sua liberazione: un tempo nuovo, insomma, sta per iniziare.

Jean Starobinski nell’affascinate saggio 1789. I sogni e gli incubi della ragione dimostra, passando in rassegna le opere di artisti quali Goya e Giandomenico Tiepolo, David e Füssli, Goethe e Canova, come la frenesia diurna del secolo dei Lumi preludesse in realtà a un «ritorno dell’ombra». Mirabile, in particolare, è proprio lo studio dedicato a Canova. Con acume straordinario, il filosofo ginevrino constata come Canova, proprio nel momento in cui si sforza di conformare la sua arte all’esigenza del Bello, introduca elementi di violenza, annunci di morte, segnali di un caos incombente, quasi volesse compensare l’acquietamento e la serena compostezza, la levigata finitezza e la conquistata armonia delle forme che andava scolpendo. Nella lettura di Starobinski, quello di Canova si presenta come un «sogno malinconico» che, nel momento stesso in cui ricerca, tremante, l’immortale sole dell’Attica, si accorge che questo è ormai declinato: «Il solo rapporto autentico con la Grecia e i suoi dèi è quello che ci impegna ad accettare la loro scomparsa: bisogna consentire all’irriducibile differenza che ci vota a vivere la nostra storia, e ci proietta in un progredire che d’ora in poi non potrà più seguire la traccia di un modello precedente. Allora ci si rivela l’altro versante dell’arte neoclassica: quello che è consapevole della lontananza delle forme di cui descrive l’immagine, quello che sa di avere, per oggetto, un’assenza». Da questa dolente consapevolezza, conclude Starobinski, nascono i grandi temi della modernità: il «lirismo della coscienza separata, della memoria e della presenza perduta».

Il passo riportato aiuta a cogliere l’irriducibile differenza sia tra Canova e Mozart sia tra questi e la sua epoca. Pur essendo quasi coetanei – lo scultore era più giovane soltanto di un anno – e pur avendo, nei rispettivi campi, non solo assimilato, ma anche esaltato in massimo grado il milieu illuministico, i due artisti, in realtà, non potrebbero essere più distanti fra loro, come il ritratto di Lange, appunto, dimostra. Un ‘piccolo sole’ abbiamo definito il volto di Mozart; e forse nessun titolo sarebbe più adatto per il nostro quadro di questo verso mutuato dalla Zauberflöte: «Die Strahlen der Sonne vertreiben die Nacht» («La luce del sole ha scacciato la notte»). In Mozart – e Lange lo ha colto alla perfezione – non v’è traccia alcuna dell’esilio degli dèi, né della dissonanza che all’improvviso ci colma di angoscia, né della linea pura e sinuosa percorsa da un brivido di terrore, né della passione per l’Origine raffreddatasi in nostalgia di essa. Certo: v’è in Mozart, come si accennava, la memoria del male di vivere, ma questa nel contempo appare miracolosamente superata, tanto che, dinanzi alla sua arte, nessun dubbio, nessun affanno, nessuna caduta, nessun pianto che non sia di pura gioia può più turbare il nostro spirito.

Davanti al Mozart di Lange siamo tentati di correggere ciò che Giovanni scrive nel Prologo del suo evangelo (Gv 3,19): la luce venne nel mondo e gli uomini preferirono la luce alle tenebre. «Egapesan»: più che ‘preferirono’, ‘amarono’ (da agapao) la luce. Ed ecco che forse abbiamo raggiunto i penetrali del nostro ritratto e della musica di Mozart: l’agape, il mistero di un uomo che attraverso la musica ha raggiunto la sua piena umanità, rendendo così pienamente umana la sua musica.

Ma adesso la parola non soccorre più: dinanzi a questa pienezza essa è simile a quella di «un fante che bagna ancor la lingua alla mammella».

Andrea Panzavolta

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